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Anno 2003
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22 Dic 2003 |
Grande Milano. Forse troppo. |
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I giochi sono
fatti. O quasi. Lo scorso sabato 20 dicembre si è svolta a
Milano la convention del centrosinistra, in cui lo schieramento
si è presentato in vista delle elezioni provinciali del 2004.
Una campagna elettorale che si è avviata con buoni propositi e
aspetti da chiarire. Va senza dubbio giudicata positivamente
l’intenzione di Penati di costruire un programma con la
partecipazione più vasta possibile: <<Tutta
la prima parte della campagna elettorale sarà dedicata
all’ascolto della città>>. Spero che il Presidente in
pectore intendesse “delle città”, ma questa frase dà lo
spunto per notare altri punti della carta dei principi, dei
propositi di Penati o delle candidature. Iniziamo
dal cosiddetto “tridente”: l’aspirante Presidente Filippo Penati,
il suo possibile vice Alberto Mattioli e la probabile presidente del
consiglio provinciale Irma Dioli. Il territorio non ha avuto la
minima voce in capitolo nella scelta di questi nomi. Nella
carta dei principi si legge “Pensiamo che i problemi più
grandi di quest’area si risolvano solo in una dimensione
metropolitana”. Lo slogan della campagna elettorale è: “Il
sogno della grande Milano che diventa realtà”. Penati
sostiene che Milano non deve essere il buco nella ciambella, uno
spazio vuoto nel governo di un territorio più ampio. Partendo dal
buonissimo proposito di costruire il programma con la massima
partecipazione, spero che questo sia l’occasione con cui
delineare con precisione le azioni amministrative principali che
Penati intraprenderà se verrà eletto alla Presidenza della
provincia di Milano. Tra ciambelle, grande Milano e altre
similitudini non si può negare che fra le righe striscia la
città metropolitana. Come consigliere del comune di Legnano
ritengo che il programma dovrà definire bene quali sono i
limiti della città metropolitana che ha in mente Penati. Tutta
la provincia? Solo i comuni attorno a Milano? La provincia e poi
anche fino a Malpensa? Legnano chiede un circondario e non pare
proprio disposta a essere inglobata in un ente che la renderebbe
ancora più dipendente da Milano. La Margherita
chiede l’istituzione del circondario di
Legnano, e lo chiede
anche il Consiglio comunale della nostra città. Inoltre ritengo
che il circondario possa essere un punto di partenza per una
maggiore collaborazione con il basso Varesotto. Mi auguro che
Penati e la sua squadra sappiano costruire un programma
ascoltando ogni angolo della provincia, cercando per ogni zona, compreso il Legnanese, una risposta alle esigenze che i
territori hanno. Buon
lavoro, Penati! Ben venga un programma partecipato, è quello
che i cittadini aspettano! Purchè non parta dal presupposto che
provincia sia uguale a città di Milano. Stendiamo insieme un
programma ascoltando la provincia e non solo la città, nel
quale chi vuole governare sia anche capace di ammettere che, per
il bene di qualche zona, la provincia sia disposta a perdere
qualche fetta di ciambella. Del resto, per Monza lo farà.
Stefano Quaglia Consigliere
comunale della Margherita a Legnano |
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17 Nov 2003 |
Le province che non ti aspetti |
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In questi
giorni sta riprendendo vigore il dibattito sulla possibilità di
istituire una nuova provincia nell’Altomilanese. Fra i
detrattori di questa proposta c’è chi dice che questa nuova
provincia sarebbe troppo piccola. E allora, proviamo a dare
un’occhiata a tutte le proposte di nuove province che
giacciono in Parlamento (vedi tabella sottostante).
Innanzitutto
balza all’occhio che sono circa una quarantina le nuove province
proposte. Le relative leggi, in buona parte, sono state
assegnate alle competenti commissioni parlamentari ma non ancora
esaminate; fra queste rientra Busto Arsizio.
Scendendo nei
dettagli, vediamo che le proposte per la province di Sibari e
Sulmona sono già all’esame delle Commissioni Parlamentari,
mentre Cassino ha già avuto il via libera della Commissione
Affari Costituzionali della Camera.
Non voglio
dire che Sibari, Sulmona e Cassino non siano importanti, ma fra
tutte le proposte di nuove province quale dovrebbe essere quella
da approvare per prima?
Sono
proprio così poco importanti i più di 500.000 abitanti di una
possibile nuova provincia dell’Altomilanese? Cito solo questo
dato, ma potrei evidenziare una realtà economica che non ha
proprio nulla da invidiare a quelle di altri comprensori che ambiscono a
diventare provincia.
| Provincia
e Capoluogo |
Proposto
da / data proposta |
situazione
in Commiss. Parlam. |
proposto
anche dalla Margherita |
| Monza |
Bossi
(Lega) e Baio Dossi (Margherita) |
legge
approvata
dalla Camera e trasmessa al Senato |
SI |
| Fermo |
Tanoni
(Margherita) |
|
|
legge
approvata
dalla Camera e trasmessa al Senato |
SI |
| Barletta-Andria-Trani |
Sinisi
(Margherita) |
|
|
legge
approvata
dalla Camera e trasmessa al Senato |
SI |
| Avezzano |
Del
Turco |
Misto |
02/10/01 |
in
esame |
|
| Basano
del Grappa |
Pasinato |
FI |
03/07/01 |
in
esame |
|
| Sibaritide-Pollino
Cassano allo Ionio |
Marini
Cesare |
Misto |
31/05/01 |
in
esame |
|
| Castrovillari |
Trematerra |
CDU |
06/02/02 |
in
esame |
|
| Venezia
orientale da determinare |
Falcier |
FI |
23/10/01 |
in
esame |
|
| Venezia
orientale da determinare |
Basso |
DS |
30/01/02 |
in
esame |
|
| Sibaritide-Pollino
Sibari di Cassano allo Ionio |
Bevilacqua |
AN |
18/12/01 |
in
esame |
|
| Sulmona |
Zappacosta |
AN |
10/07/01 |
in
esame |
|
| Basso
Lazio Cassino |
Pecoraro
Scanio |
Verdi |
09/07/03 |
assegnato
- parere positivo Comm. Aff. Cost. Camera |
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| Cilento-Vallo
di Diano Agropoli-Sala Consilina-Vallo di
Lucania-Sapri |
Borea |
UDC |
10/06/03 |
assegnato |
|
| Ufita-Baronia-Calore-Alta
Irpinia Ariano Irpino |
Flammia |
DS |
11/11/02 |
assegnato |
|
| Aversa |
Santulli |
FI |
17/10/01 |
assegnato |
SI |
| Aversa |
Giuliano |
FI |
05/07/01 |
assegnato |
|
| Avezzano |
Magri |
UDC |
29/04/02 |
assegnato |
|
| Avezzano |
De
Laurentiis |
CDU |
18/07/01 |
assegnato |
|
| Bassano
del Grappa |
Didonè |
Lega
Nord |
18/07/01 |
assegnato |
|
| Valle
Camonica Breno |
Caparini |
Lega
Nord |
18/07/01 |
assegnato |
|
| Busto
Arsizio |
Volontè |
UDC |
31/10/01 |
assegnato |
|
| Seprio
Busto Arsizio |
Tomassini |
FI |
06/06/01 |
assegnato |
|
| Sibaritide-Pollino
Cassano allo Ionio |
Oliviero |
DS |
18/06/01 |
assegnato |
|
| Castrovillari |
Papaterra |
Misto |
30/01/02 |
assegnato |
SI |
| Tigullio
Chiavari |
Mondello |
FI |
24/10/01 |
assegnato |
SI |
| Etruria
Civitavecchia |
Tidei |
DS |
26/09/01 |
assegnato |
|
| Crema |
Gibelli |
Lega
Nord |
31/07/01 |
assegnato |
|
| Basso
Ionio da decidere con referendum |
Bova |
DS |
28/05/02 |
assegnato |
SI |
| Venezia
orientale da determinare |
Martella |
DS |
21/02/02 |
assegnato |
|
| Nord
Barese-Valle Ofantina da determinare |
Greco |
FI |
18/10/01 |
assegnato |
|
| Vallecamonica
Darfo Boario Terme |
De
Paoli |
Misto |
21/11/01 |
assegnato |
|
| Guidonia
- Tivoli |
Messa |
AN |
19/09/02 |
assegnato |
|
| Arcipelago
campano Ischia |
Lauro |
FI |
11/07/01 |
assegnato |
|
| Arcipelago
campano Ischia |
Lauro |
FI |
05/06/01 |
assegnato |
|
| Arcipelago
campano Ischia |
Mussolini |
AN |
31/05/01 |
assegnato |
|
| Lamezia
Terme |
Marini
Cesare |
SDI |
18/06/03 |
assegnato |
|
| Melfi |
Lettieri |
Margherita |
22/10/01 |
assegnato |
|
| Melfi |
Blasi |
FI |
27/05/02 |
assegnato |
|
| Melfi |
Boccia |
Margherita |
06/06/01 |
assegnato |
|
| Agro
Nocerino Sarnese Nocera Inferiore |
Cozzolino |
AN |
14/06/01 |
assegnato |
|
| Nola |
Iervolino
Antonio |
UDC |
30/05/02 |
assegnato |
|
| Nola |
Cola |
AN |
06/06/01 |
assegnato |
|
| Nola |
Russo |
FI |
30/05/01 |
assegnato |
|
| Sala
Consilina |
Brusco |
UDC |
26/03/02 |
assegnato |
|
| Sibaritide-Pollino
Sibari di Cassano
allo Ionio |
Geraci |
AN |
06/11/01 |
assegnato |
|
| Amalfitana-Sorrentina
Sorrento |
Perrotta |
FI |
14/05/03 |
assegnato |
|
| Sulmona |
Battisti |
Margherita |
19/09/02 |
assegnato |
|
| Sulmona |
Aracu |
FI |
30/05/01 |
assegnato |
SI |
| Cilento-Vallo
di Diano Vallo della Lucania |
Oricchio |
FI |
05/11/01 |
assegnato |
|
| Castelli
Romani Velletri |
Pepe |
FI |
14/06/01 |
assegnato |
|
| Versilia
Viareggio |
Ioannucci |
FI |
16/04/02 |
assegnato |
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| Isole
minori |
Germanà |
FI
|
29/04/02 |
assegnato |
| Alba-Bra |
Crosetto |
FI |
29/10/03 |
da
assegnare |
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| Melfi |
Di
Siena |
DS |
15/10/03 |
da
assegnare |
SI |
Stefano
Quaglia Consigliere comunale della Margherita a Legnano |
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17 Nov 2003 |
Uniti per unire |
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NOI.
Basta questa parola a sintetizzare la replica finale di Rutelli
all’Assemblea Nazionale della Margherita di Bologna del 14 e
15 novembre 2003. Senza lasciare molto spazio alla fantasia
sulla volontà di arrivare a concludere positivamente questo
passaggio. E l’assemblea alla fine è con lui. A Bologna, A
Napoli e a Roma le tre assemblee di Margherita, SDI e DS hanno
ratificato in modo non liturgico l’intenzione di assumere un
nuovo impegno nei confronti degli italiani.
Ma
non è stata, almeno per la Margherita, solo un’assemblea che
ha ratificato l’intenzione di andare alle elezioni Europee con
una lista unica. Per la Margherita è stato il momento finale,
anche se non ancora terminale, di un passaggio politico iniziato
a marzo del 2002 a Parma.
Oggi,
quasi in modo paradossale, ma senza timore di sbagliare,
possiamo dire che la Margherita è un partito politico a tutti
gli effetti, destinato a fare da locomotiva alla rinascita del
Centrosinistra nel cammino verso la vittoria alle elezioni
regionali e politiche, passando dalle europee.
Di
questo quadro che potrebbe apparire oggi fin troppo ottimistico,
se ne vedono già tutte le premesse e le potenzialità, anche se
il vero lavoro di consolidamento è appena iniziato.
Un
lavoro che necessariamente passerà dalla capacità di
utilizzare fino in fondo tutte le potenzialità che i Circoli
mettono a disposizione dei cittadini in termini di confronto e
verifica, nello spirito del partito “leggero”. Infatti,
parliamo comunque di un partito nuovo ed innovativo, non
adagiato solo sul principio delle tessere, ma su quello del
servizio e della partecipazione.
Detto
questo, torniamo a NOI. Si è partiti dalla coda a raccontare
questi due giorni di politica vera, perché il risultato è
importante, fondamentale; ma ancora di più lo è descrivere
come si sia arrivato a questo risultato, attraverso un confronto
vero, deciso, perfino, in alcuni passaggi, spigoloso e quasi di
scontro. Ma proprio da questo si capisce che la Margherita ha
assunto la caratteristica di partito vero, dove ci si confronta,
dove il dissenso può essere espresso ad alta voce ed accresce
il valore complessivo della discussione.
Una
cosa di importanza epocale si registra con l’affermazione che
esisterà imcompatibilità tra la carica di parlamentare e di
europarlamentare: un fatto nè banale né scontato.
Dobbiamo
però fare un appunto per quanto riguarda gli interventi: sono
stati tutti di parlamentari e di direttivi di partito, non è
stata data voce alla base, e questo è stato un grave errore.
Chi
temeva forse di trovarsi di fronte a dichiarazioni non allineate
ha perso l’occasione di sentirsi dire anche da chi lavora in
modo volontaristico e senza alcun ritorno personale che
l’avanzare del nuovo trova convinto sostegno nella base del
partito, che forse ha anche meno problemi del suo vertice ad
approvare l’avvio di questo nuovo progetto.
In
ogni caso, l’entusiasmo che è convintamente trapelato dagli
oltre 2.000 delegati provenienti da tutta Italia ha esondato
anche questa diga, e lo si è potuto percepire dai commenti dei
delegati durante la breve pausa pranzo del sabato mezzogiorno.
Avanti
tutta, dunque. Ci siamo messi sulle spalle un fardello
pesantissimo, grande come l’Europa, la nostra grande casa
comune nella quale da oltre cinquant’anni tutti gli autentici
ed ispirati uomini politici che hanno a cuore il bene comune, la
pace, la solidarietà, l’abbattimento delle frontiere, la
libertà, la civile convivenza, la democrazia, lavorano per
potervi abitare e per creare una nuova cultura, una nuova società,
una nuova politica.
E,
parafrasando il Manzoni, questa lista unica ora “s’ha da
fare”.
Alessandro
Berteotti Consigliere comunale della Margherita a Busto
Arsizio |
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4 Nov 2003 |
Milano ci sta stretta |
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Intervista a cura di Anselmina Cerella,
pubblicata su "Il Giorno" del 02/11/2003.
E' una scelta di fronte alla quale ci troveremo prossimamente:
la Città metropolitana nell'Altomilanese. Il nuovo ente andrebbe
a sostituirsi alla Provincia di Milano (rimasta «orfana» di
Monza e Brianza con l'istituzione della nuova provincia), con un
governo coordinato e omogeneo per i comuni che hanno stretta
affinità con il capoluogo. Vale la pena ridurre l'autonomia del
comune di Legnano per entrare a far parte della Grande Milano?
E' questa la domanda che abbiamo posto a Stefano Quaglia,
consigliere d'opposizione da sempre molto sensibile
sull'argomento. «Da un lato - ci dice il consigliere - è
previsto il mantenimento dei comuni esistenti, dall'altro il
sindaco della città metropolitana sarebbe dotato di poteri
speciali, esercitando così qualsiasi funzione attribuitagli con
legge statale o regionale, con il rischio che consigli e giunte
comunali siano ridotti a esercitare un ruolo da consulta
propositiva». «In realtà - prosegue Quaglia - Legnano e l'Altomilanese
non hanno bisogno di un rafforzamento della dipendenza da
Milano: è necessario che servizi, quali università e uffici
pubblici, siano portati sul nostro territorio. La "grande
Milano" dovrebbe essere limitata ai comuni più vicini al
capoluogo, a questo effettivamente affini, senza dimenticare
che, come prevede la legge, nel caso in cui la città
metropolitana non coincida con il territorio della provincia, si
procede a istituirne di nuove o ad aggregare i comuni restanti a
province esistenti». Da dove nascono le perplessità? «E'
necessario tenere presente - dice il consigliere - che non c'è
soluzione di continuità fra Legnano e Busto Arsizio, queste
città potrebbero entrare a far parte di una nuova provincia
della quale facciano parte anche Gallarate e Saronno: un
comprensorio di più di mezzo milione di abitanti». Per
raggiungere questo obbiettivo, aggiungiamo noi, è comunque
fondamentale iniziare un serio percorso di collaborazione
intercomunale fra l'Altomilanese e il Basso Varesotto. Quali
svantaggi potrebbero derivare da un distacco da Milano? «Un
distacco da Milano non deve far temere - assicura Quaglia -:
dopotutto quali vantaggi derivano a un cittadino legnanese
dall'appartenere alla provincia di Milano piuttosto che a
un'altra? Malpensa è la dimostrazione di un'infrastruttura che
cresce solo per Milano senza benefici per chi vi abita intorno.
Dobbiamo costruire il futuro del nostro territorio sul nostro
territorio». La questione resta aperta e la vicinanza delle
elezioni ne fa un campo di battaglia per entrambi gli
schieramenti, che inizieranno a propagandare idee e soluzioni. |
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28 Ott 2003 |
Simbolo eterno di libertà fraterna |
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Che sia un
integralista islamico ad elevarsi a difensore della laicità
dello Stato è francamente paradossale. E spiega, a mio avviso,
la reazione - in alcuni casi altrettanto integralista - di
quanti, difendendo l'esposizione del crocifisso nei luoghi
pubblici, ritengono di proteggere se stessi, le proprie
abitudini, la propria civiltà, che è civiltà, non
dimentichiamolo, dalle radici cristiane (non solo ma soprattutto
cristiane): da queste radici l'Europa ha tratto linfa per
elaborare il concetto di persona e per affermare il principio di
tolleranza. "Soltanto una cultura cristiana avrebbe potuto
produrre un Voltaire e un Nietzsche" (T. S. Eliot., citato
nel libro di G. Reale, Radici culturali e spirituali
dell'Europa, Raffaello Cortina Editore).
In una fase come questa di grande sbandamento etico e culturale
- prima ancora che politico e giuridico -, io fisserei due punti
(il primo da cittadino, il secondo da credente).
1. Lo Stato può imporre la presenza nei locali pubblici dei
simboli dell'identità nazionale italiana; può imporre la
presenza della bandiera tricolore o del ritratto del Presidente
della Repubblica che "rappresenta - come la Costituzione
stabilisce - l'unità nazionale"; ma non può imporre la
presenza di un simbolo religioso, senza contraddire la sua
laicità. Può accettarne la presenza quando essa esprima un
sentimento condiviso o quanto meno rispettato anche dal non
credente. Vige in questo caso la regola dell'unanimità: se
qualcuno si oppone, lo si toglie.
2. La trasmissione del Vangelo non avviene per imposizione e il
rispetto dell'altro appartiene, prima che al politically correct,
al mistero stesso di Dio. I cristiani ormai sanno che il
pluralismo religioso dell'Europa di oggi e di domani non è una
provvisoria sfortuna da cui pregare di essere liberati, ma la
condizione concreta entro cui dar ragione della propria
speranza. Sanno, insomma, che alla spada sguainata da Pietro,
Gesù preferì il cammino verso la Croce: voler di nuovo rendere
obbligatorio ciò che è il segno radicale della gratuità,
delle braccia spalancate verso tutti, sarebbe profondamente
anti-evangelico. La Croce non va dunque imposta sul muro delle
classi e degli edifici pubblici, e si può anche togliere senza
tragedie laddove c'è. In ogni caso, rimane simbolo eterno di
libertà fraterna, così eloquente da accogliere il bisogno di
misericordia di chiunque.
Giovanni Colombo
Presidente nazionale della Rosa Bianca |
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22 Set 2003 |
Città metropolitana: rischio o
opportunità? |
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L’argomento
per ora è confinato in discussioni milanesi e in Commissioni
Parlamentari, ma potrebbe toccare da un momento all’altro il
nostro territorio dell’Altomilanese, e di conseguenza anche il
basso Varesotto.
C’è
un progetto “dormiente”: quello della città metropolitana
di Milano. Ora non se ne parla, non è sicuramente un argomento
di discussione per la strada e purtroppo tantomeno in molte
stanze della politica. Ma la città metropolitana può essere
istituita già ora, su iniziativa di Albertini e Colli o di chi
verrà dopo di loro alla guida del comune e della provincia di
Milano. Inoltre sono già stati discussi dalla Commissione
Affari Costituzionali del Senato i disegni di legge
sull’istituzione della città metropolitana di Milano (DDL
S. 1410), e sulle norme per la costituzione delle città
metropolitane (DDL
S. 1567).
Quali
scenari si aprirebbero per Legnano se si istituisse la città
metropolitana di Milano? Le maggiori conseguenze deriverebbero
ovviamente dall’inglobamento o dall’esclusione della nostra
città dalla nuova entità amministrativa.
Nel
primo caso Legnano diventerebbe di fatto Milano. Questa
situazione si tradurrebbe per la comunità legnanese in perdita
di autonomia e di potere decisionale per le scelte la
riguardano. Già nella situazione attuale Legnano è una
comparsa su un palcoscenico che vede da una parte Malpensa e
dall’altra il polo fieristico di Rho, e ci pare giusto
riflettere se sia opportuno dare ancora più potere alla
metropoli. Questo è il caso che si verrebbe a creare se venisse
convertito il disegno
di legge 1410 del Senato, che all’art. 8 dice
testualmente: “Della
Città fanno parte i comuni compresi, alla data di entrata in
vigore della presente legge, nella provincia di Milano” (che
sono complessivamente 188).
La
seconda ipotesi potrebbe aprire una prospettiva interessante. Il
T.U.E.L., la legge che disciplina la struttura degli enti
locali, stabilisce che la città metropolitana, una volta
istituita, acquisisca le funzioni della provincia; se la città
metropolitana non coincide con la provincia si procede a
formarne di nuove. Nell’ipotesi di una città metropolitana
limitata ai 40 comuni ragionevolmente considerati come
hinterland milanese, l’area di Legnano con quelle di Parabiago
e Castano Primo potrebbe aprire un nuovo percorso amministrativo
autonomo con Busto Arsizio e Gallarate, portando
all’istituzione di una nuova provincia che avrebbe senso perchè
corrispondente alla zona entro la quale si svolge la maggior
parte dei rapporti sociali, economici e culturali della nostra
popolazione. Questa è una situazione contemplata anche dal disegno
di legge 1567 del Senato (norme per l’istituzione delle
città metropolitane), che all’art.7 comma 3 dice: “Entro
tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al
comma 2, quando il territorio della città metropolitana non
coincida con quello della preesistente provincia, il Governo,
sentita la regione e con il consenso dei comuni interessati e
previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, è
delegato ad adottare un decreto legislativo che provveda alla
nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali, con
l’aggregazione dei comuni che ricadevano nella provincia
soppressa a province già esistenti, o alla creazione di
nuove province, nel rispetto dei criteri e degli
indirizzi stabiliti dall’articolo 21, comma 3, del testo unico
delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al
decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267”.
Ci
chiediamo se la costituzione di una nuova provincia della quale
facciano parte Legnano, Busto Arsizio, Gallarate e Saronno sia
la soluzione migliore per il nostro territorio.
In
questo caso il lavoro da fare sarebbe veramente molto, anche
perché le maggioranze che ci governano non danno il minimo
segno di voler operare congiuntamente. I litigi non servono a
nulla, e ci pare sia il momento che il dibattito esca dalle
stanze degli addetti ai lavori e coinvolga tutti i cittadini, le
forze sociali e la classe politica con il fine di costruire il
migliore futuro possibile per il nostro territorio.
La redazione di
margheritalegnano.it
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16 Set 2003 |
L'autorizzazione |
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Sono
le 22 e 55 di sabato 6 Settembre, i motori sono spinti al
massimo, il rumore è assordante e ci si aggiunge anche una voce
femminile al microfono che dice qualcosa ma non si capisce…si
capisce solo che è femminile.
In compenso accelerazioni e decelerazioni si susseguono:
Schumacher o Culthard? Chi sta conducendo la gara?
Che
bello: “acceleratore, freno, frizione, cambio marcia…i
pistoni impazziti…l’esasperazione del motore. Ooohh, che
goduria!
Autodromo
di Monza?…No, Legnano Viale Toselli…la cosiddetta Piazza dei
divertimenti…soprattutto per chi ci abita…
Dalle
2 del pomeriggio con una breve pausa per cena. Grazie! Alle
20.30 chiamo la Polizia Municipale. Gentile chi risponde, che
alla declinazione delle mie generalità e del mio indirizzo
anticipa:…”E’ per le moto, le macchine?”…Sì, ha
indovinato, lei pensa che andranno avanti per molto? “Eh,
guardi, lì c’è un’AUTORIZZAZIONE”…
E’
gentile l’interlocutore, dunque, non dispone alla polemica.
Certo il pensiero è:…”C’è l’AUTORIZZAZIONE”! E con
questo si chiude il discorso.
Che dire?
Già c’è, per i residenti, il problema del Viale Toselli,
ridotto ormai ad un’autostrada e, quando in autostrada entri e
vedi che, in prossimità delle concentrazioni abitative, si sono
eretti ripari antirumore, ti chiedi:…”E perché sul viale
Toselli no?” Ma questo, riferito al traffico stradale
quotidiano.
Evidentemente
non basta. C’è l’AUTORIZZAZIONE… A che fare? Ad
aggiungere inquinamento sonoro con una bella pista per moto o
per fuoristrada…
Ma
chi è che dà questa AUTORIZZAZIONE? E’ una domanda
legittima? Boh! Oppure è solo tentativo di fare polemica? E’
molto probabile che possa essere preso così.
E
allora pensi che tanto è inutile…che il cittadino in realtà
non è cittadino ma sempre e ancora suddito perché tanto
c’è l’AUTORIZZAZIONE.
E
pensi:…”Devi riconsiderare quella massima che dice che
la…tua libertà finisce dove comincia quella
dell’altro”… Infatti:…la
mia libertà di conversare con mia moglie, in casa mia, finisce
dove comincia quella dei piloti o viceversa?”…
Alle
23 e 25 cessano i motori e si inserisce l’altoparlante con la
voce femminile:…”Allora a domani, domenica, dalle 9 alle 21
tutti (??!) qui al Legnano
motor show…Ciao e buona serata (?!)”.
…Buona
serata a chi?
Sono
le 23 e 35, rombano ancora i motori…prima di andare a letto…è
la “ninna-nanna”…come mi mancava!
E
adesso posso addormentarmi…anche senza
l’AUTORIZZAZIONE!
Gian Franco Casati
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17 Lug 2003 |
Legnano (VA) |
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Il
titolo contiene volutamente un errore, ma la storia racconta che
a fianco del nome della nostra città avrebbe potuto esserci VA
anzichè MI. A distanza di decenni un dubbio può legittimamente
sorgere: possiamo essere sicuri dell'opportunità di quella scelta,
fatta allora, di rimanere con il capoluogo lombardo? Quando si decise l’istituzione della
provincia di Varese negli anni ‘20, Legnano, Busto Arsizio e
Gallarate erano in provincia di Milano, e costituivano già
allora una plaga fra le più importanti d’Italia. Che fare
quindi? Gli interessi politici e economici di Milano non
gradivano che queste città fossero consegnate in blocco alla
nascente provincia di Varese; d’altro canto pare che i
varesini avessero avanzato un’identica richiesta. Quindi il
coniglio dal cilindro fu della serie “dividi et impera”:
Legnano restò con Milano, mentre Castellanza, Busto Arsizio e
Gallarate andarono sotto la giurisdizione di Varese. La stessa
contesa sembra che toccò a Saronno. La storia parla anche
di un capoluogo di provincia che fu attribuito a Varese
scippandolo a Busto Arsizio, a causa della fredda accoglienza
che questa tributò a Mussolini durante una visita. Ma c’è
anche un altro punto di vista secondo il quale un capoluogo di
provincia a Busto Arsizio avrebbe ancor più sacrificato gli
interessi di Milano: il confine provinciale a sud avrebbe dovuto
spingersi ben oltre Legnano, quindi la spuntò Varese. Immaginiamo per un
attimo la città del Carroccio nella provincia prealpina, e
subito i numeri ci dicono che Legnano sarebbe la terza città
della provincia di Varese, preceduta da Busto Arsizio. Nella provincia di
Milano oggi Legnano è lì, in quella periferia a nord-ovest,
con le sembianze di una piccola rispetto alle grandi città
dell’hinterland metropolitano. E l’attenzione che la
provincia le riserva è quella di una piccola fra le grandi. Ma se è vero che
l’unione fa la forza, proviamo a prendere esempio da due
centri intorno a Malpensa: Lonate Pozzolo e Ferno. Questi stanno
pensando di unirsi in un nuovo comune, ma ancor prima stanno
collaborando su vari fronti per non essere succubi dello
sviluppo dell’aeroporto. Legnano non deve
dimenticare che deve guardare a quella plaga da cui è stata
apparentemente divisa con un confine provinciale, ma alla quale
continua di fatto ad appartenere anche col passare degli anni.
Quanti e quali progetti potrebbero sviluppare insieme Legnano,
Castellanza, Busto Arsizio e Gallarate? Perchè non mettere in
campo strumenti di cogestione dei servizi e, solo per fare un
esempio, demolire quel muro che sta fra AMGA Legnano e AGESP
Busto? Ci dicano i nostri comuni che cosa pensano di vendita del
gas metano, di collaborazione fra le polizie municipali, di
programmazione territoriale sui finanziamenti CEE. L’elenco
potrebbe continuare, rilevando che gli unici accordi fra comuni
sono quelli promossi da Castellanza. I piccoli centri ci stanno
dando lezioni di collaborazione, impariamole in fretta e
ragioniamo dunque alla luce di un comprensorio nel quale poco
conta che da una parte sia MI e dall’altra sia VA. Cominciamo
dunque, nell’ambito della provincia di Milano, a chiedere
l’istituzione del circondario di Legnano per contare di più.
Dopo il parere favorevole del Consiglio comunale di Legnano
nello scorso mese di marzo, ultimamente ha detto sì al
circondario anche Rescaldina. Questa istituzione sarebbe un
primo passo anche per una migliore collaborazione con il
Varesotto. Senza dimenticare che se l’evoluzione dei fatti lo
renderà giustificabile, potremo anche iniziare a pensare a una
provincia di cui facciano parte Busto Arsizio, Legnano,
Gallarate e Saronno. Senza
nulla togliere ad altre realtà, le nostre
città contano forse meno di altre che saranno elevate al
rango di capoluogo di provincia? Ci riferiamo a Monza, Barletta
- Andria - Trani e Fermo (quest'ultima su proposta dell'on. Tanoni della
Margherita).
Stefano
Quaglia Consigliere comunale della Margherita a Legnano
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16 Mag 2003 |
Verso il servizio civile nazionale |
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Dal 2005
verrà abolita la leva obbligatoria, non esisteranno più
nemmeno gli obiettori di coscienza e ciò potrebbe provocare
gravi disagi soprattutto nell'ambito di servizi verso le fasce
deboli in cui essi attualmente si impegnano. Per ovviare a
questa mancanza nasce con la Legge 64/2001 il Servizio Civile
Nazionale, completamente volontario.
I giovani
della Margherita legnanese ritengono che il cambiamento vada
affrontato in modo positivo,come una sfida e opportunità per
assicurare lo stesso servizio attualmente
prestato dagli obiettori ,e con una maggiore
consapevolezza da parte dei volontari ed una valorizzazione
dell'attività da essi svolta, importante per il valore
educativo che porta lo scegliere liberamente di donare una parte
della propria vita per gli altri.
Con la
Legge 64/2001 non si può non sottolineare il fatto che si
"istituisce" una nuova occasione di educazione alla
"cittadinanza attiva" e con essa lo Stato riconosce
che la difesa della Patria possa avvenire anche in ambito civile
come difesa della qualità della vita dei suoi cittadini e
quindi non solo come difesa armata da aggressioni esterne.
I punti
cardine della legge sono: volontarietà della scelta, apertura
alle donne, benefici per chi si impegna (in termini anche di
rimborso mensile di circa 430 euro),apertura a soggetti diversi
dallo Stato ne finanziamento dei progetti.
Il
Servizio Civile quindi
non sarà più legato all'obiezione di coscienza ma alla libera
scelta da parte dei giovani compresi tra i 18 / 26 anni di
mettersi al servizio dei più deboli.
Il
Servizio Civile si svolgerà all'interno di enti pubblici
(Comuni, Province, Regioni, Aziende Sanitarie ecc) ed enti
privati ( associazioni, organismi di volontariato, cooperative
sociali, enti morali ecc) già convenzionati o in via di
convenzionamento. Tali enti dovranno, per accedere alle
possibilità offerte dalla legge, presentare progetti (sui
criteri emanati Uff. Nazionale Servizio Civile) nei seguenti
ambiti: intervento sociale (emarginazione, handicap, disagio,
anziani),protezione civile, educazione e tutela ambientale,
attività umanitarie all'estero.
Il
Servizio Civile sarà quindi una scelta seria e non come a volte
capitato in passato solo una "scappatoia" al servizio
militare con grandi opportunità di coniugare l'impegno civico
ad un percorso di formazione umana e sociale che può rilevarsi
utile anche per l'accesso lavorativo.
Constatata
la scarsa conoscenza della legge e delle opportunità che essa
offre ai nostri coetanei , noi giovani della Margherita di
Legnano riteniamo utile presentare un ordine del giorno, che
impegna l'Amministrazione Comunale a favorire l'applicazione
della nuova legge mediante una corretta ed efficace
informazione.
Ci sembra
questo il minimo che si possa fare per far conoscere, spiegare,
supportare nella scelta di un impegno che è prezioso per la
cittadinanza intera.
Lo scopo
positivo che ci sembra di aver colto nella legge è quello di
favorire un aiuto concreto alle persone bisognose e dall'altra
parte una diffusione della cultura del volontariato,della
solidarietà sociale, della tutela dei diritti sociali. I
giovani con i loro valori e speranze hanno una grossa opportunità,un'esperienza
di vita ricordando quanto scritto nel saggio "Davide e
Golia" -ed.San Paolo : "(…)Diciamo spesso che i giovani mancano di ideali e
valori, non hanno più mete da raggiungere, che richiedano
impegno e duro lavoro.Ebbene la solidarietà è la nuova
frontiera del nostro tempo verso cui orientare le giovani
generazioni".
In
sostanza il documento impegnerebbe l'Amministrazione Comunale a
sensibilizzare la cittadinanza di età compresa fra i 18 e 26
anni sugli obiettivi e le possibilità offerte dalla nuova
legge. A ricercare con le dirigenze delle scuole superiori
presenti sul territorio comunale una collaborazione per
intraprendere iniziative tese alla sensibilizzazione delle
attività previste dalla creazione del nuovo servizio civile
nazionale fra gli studenti, spiegandone chiaramente le modalità
di accesso. Ad incontrare le associazioni presenti sul
territorio presso le quali operano attualmente gli obiettori di
coscienza per poter procedere alla messa in rete delle necessità,
dei progetti presenti e all'elaborazione d'iniziative
finalizzate al mantenimento o all'espansione delle attività ad
esse legate. A potenziare il servizio comunale d'informazione ed
assistenza relativo all'istituzione del servizio nazionale
civile con lo scopo di elaborare al più presto dei progetti
concreti sui temi previsti dalla legge.Ad ottimizzare il ruolo
degli obiettori di coscienza all'interno della struttura
comunale finalizzandoli ai ruoli previsti dalla nuova normativa
nazionale. A creare una rete organizzativo-informativa
coordinata tra Comune ed enti che operano sul territorio,
riqualificando
il "tempo libero" come tempo anche da poter in parte
dedicare agli altri.
Al tempo
stesso auspichiamo una maggiore collaborazione tra associazioni
- cooperative e Comune in modo che sia valorizzata l'
"anima solidale legnanese" e sia fatto fruttare al
meglio il grosso impegno espresso da molti cittadini .
Riteniamo
, proprio nello spirito della nuova legge, che possa essere
utile , per allargare la base del volontariato e per alimentare
una cultura del
volontariato anche presso chi non può
accedere al Servizio Civile nazionale, istituire una
sorta di Servizio Civile Comunale.
Questo
nascerebbe sulla falsariga e con le motivazioni di fondo di
quello nazionale, ma aperto a tutti, con una richiesta di
impegno inferiore. Questo potrebbe contribuire a formare una
consapevolezza maggiore, un senso di appartenenza alla nostra
città ed un'attenzione ai bisogni di chi ne fa parte.
Il
Servizio Civile Comunale darà
la certezza che il servizio incontri la realtà del
territorio ed i veri bisogni, evitando dispersione dell'impegno
e frustrazione del volontario.
Per
attuare praticamente questo progetto ci sembra preziosa la
partecipazione attiva delle associazioni
presenti sul territorio in collaborazione con il Comune,
per questo non ci siamo spinti oltre nella definizione del
progetto lasciandolo aperto a proposte e indicazioni delle stesse
associazioni di volontariato.
I giovani della
Margherita di Legnano - Circolo "Marcello Colombo" |
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15 Mag 2003 |
Chi comanda davvero a Legnano? |
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Articolo tratto dalla rivista "Polis
Legnano", aprile - maggio 2003
Ma oggi chi comanda veramente a
Legnano? Analisi, preoccupata, della situazione. I personaggi più
influenti e in vista, il ruolo dei
cittadini e lo sguardo proiettato in avanti.
Chi comanda veramente a Legnano?
Sicuramente non i cittadini: crediamo che nel dopoguerra mai sia
sceso così in basso il livello di influenza che i cittadini,
singoli o associati, hanno avuto sull’amministrazione civica. I
riferimenti dei politici legnanesi sono altrove, nelle
segreterie milanesi dei partiti, in chi gestisce candidature,
finanziamenti e campagne elettorali. E così, i partiti cittadini
sono asfittici o non esistono proprio, le associazioni trovano
nella Giunta un ascolto annoiato, le lobby, una volta potenti,
devono far sponda su Milano per arrivare a condizionare palazzo
Malinverni.
Tale situazione di deficit
di democrazia e di partecipazione è in larga misura conseguenza
del profondo mutamento istituzionale degli enti locali avvenuto
in questi anni, del quale purtroppo si sono valorizzati, e
coerentemente attuati, solo gli aspetti aziendalistici e di
deregulation.
RECENTI RIFORME
Per sé è da salutare
positivamente l'introduzione nel sistema - a partire dalle leggi
Bassanini (ma forse bisognerebbe risalire più correttamente alle
note leggi n. 142/1990 e 241/ 1990 e alla legge del 1993 di
riforma del sistema elettorale, con l'elezione diretta del
Sindaco) fino al Testo Unico degli Enti locali (D.lgs. 267/2000)
- di elementi di efficienza, flessibilità, di distinzione di
ruoli tra il politico (che detta l'indirizzo amministrativo e
stabilisce gli obiettivi) e la dirigenza burocratica (chiamata
ad attuare gli obiettivi nella concreta azione amministrativa),
di modernizzazione dell'apparato dei controlli (abolizione del
Coreco, controlli interni non più formali sugli atti ma
sostanziali sull'azione amministrativa), delle modalità di
gestione dei servizi. Aggiungasi poi le riforme intervenute,
solo per citare le più importanti, in materia di pubblico
impiego, appalti di opere pubbliche, di edilizia e urbanistica,
di espropriazione.
Ma, come detto, invece di
modernizzare la macchina amministrativa comunale
salvaguardandone la natura "politica" (ossia la realtà del
Comune come ente rappresentativo della comunità locale e dunque
partecipato e governato, mediante propri rappresentanti, dai
cittadini), almeno nella nostra città si è goffamente tentato di
trasformare il Comune in azienda (o, meglio, in holding di
aziende) rispetto alla quale i cittadini sono degradati al ruolo
di utenti: non più organizzati in "partiti politici" per
"concorrere con metodo democratico a determinare la politica"
locale (art. 49 Costituzione) ma in "comitati" appunto di utenti
e consumatori per ottenere per sé e il proprio gruppo il
servizio richiesto (ecco le lobbies, non necessariamente
affaristiche e negative ma anche quelle positive: sindacati,
chiesa, associazionismo, comitati vari, ecc.). E l'assenza della
politica locale di effettivo "governo" spinge oltretutto le
"lobby" a rivolgersi ai più potenti terminali politici milanesi.
Il tutto in una situazione dove
le istituzioni comunali ormai ben poco governano e controllano.
Il Consiglio comunale è ridotto, ad andar bene, a cassa di
risonanza delle decisioni della maggioranza (o meglio delle
decisioni prese in altri luoghi, fatte proprie dal Sindaco e
dalla Giunta e presentate in Consiglio per la ratifica),
quantomeno quelle che ancora passano al vaglio consiliare. Le
opposizioni in Consiglio rischiano di essere del tutto
irrilevanti, prive come sono di strumenti ed effettivi poteri di
intervento, se non quello (l'unico rimasto) di presentare
interrogazioni e interpellanze. Il Sindaco risulta una figura
istituzionalmente molto forte e perno di ogni ipotesi di
funzionamento virtuoso del sistema.
Ma come interpreta questo ruolo
l'attuale primo cittadino di Legnano?
Ci pare senza grande strategia e
progettualità (probabilmente non ritenuta utile), divenendo
spesso una sorta di "difensore civico" (ossia peroratore di
interventi) nei confronti del direttore generale e dei
dirigenti, gli unici - di fatto e di diritto - che concretamente
gestiscono le scelte amministrative in autonomia (forse troppa,
almeno non sufficientemente verificata nel raggiungimento degli
obiettivi). La Giunta infine rischia di trasformarsi nel luogo
della "concertazione" tra i rappresentanti delle diverse lobbies
che hanno sostenuto il Sindaco (così sono spesso ridotti gli
assessori).
PAROLE D'ORDINE
A tutto questo si aggiunge la
deregulation di settori importanti, come quello dell'edilizia
(basta una d.i.a., ad esempio, per erigere dove si vuole, in
deroga a qualsiasi previsione di piano, una stazione radio base
o torri per antenne della telefonia mobile) e l'esternalizzazione
dei principali servizi pubblici (si pensi, per fare solo un
esempio, alla sempre più crescente quantità di lavori pubblici
affidati in global service a società esterne - per Legnano, l'Amga
-: vuol dire che il Comune non gestisce più neppure gli
appalti). Detto questo, ben si capirà come il potere non abiti
più effettivamente nei palazzi comunali (e, tanto meno, nelle
sedi dei partiti).
Le riforme in sé possono essere
considerate positive, ma purtroppo, a Legnano e non solo, si
sono implementate le derive neo-liberiste, rischiando la
consunzione e l'insignificanza dell'istituzione Comune. Così
l'obiettivo di perseguire il bene comune si allontana...
"Se anche sparisse il Comune...
per gli interessi primari della città non sarebbe un gran
danno..." - pensa qualcuno. Ma allora, se i cittadini non
comandano, chi esercita il potere, che, come è noto, non ammette
"vuoti"?
Accanto, e grazie, al contesto
istituzionale che sommariamente abbiamo passato in rassegna,
vediamo a Legnano, quali persone, nel loro ruolo, effettivamente
contano.
L'ASSESSORE
Di una cosa la città è certa:
l'assessore all'Urbanistica e vicesindaco, Carmelo Tomasello,
gestisce la sua fetta di legittimo potere sino in fondo, in
stretto contatto con Milano e secondo canoni consolidati nella
lunga storia amministrativa legnanese. Il nuovo Prg, che ha
appena avuto l'ok dalla Regione, nonostante documenti mancanti o
incongruenti, parrebbe non interessarlo nel suo insieme, ma in
termini selettivi (su tutto questo si vedano gli interventi e
gli approfondimenti pubblicati sui precedenti numeri di questo
giornale): le norme tecniche, che regolano la città "esistente",
le ha prese per buone nonostante risultino ingestibili e
contraddittorie; le salvaguardie "fantasiose", i vincoli
reiterati, certe volumetrie esagerate, la carenza di idee in
materia di mobilità, la sparizione delle aree agricole ed
industriali, la perdurante mancanza di proposte in materia di
servizi (a proposito, il piano, appunto, dei servizi, atteso da
mesi, che fine ha fatto?), sono cose che riguardano la città e
non l'Assessorato.
Nulla fermerà il destino
residenzial-commerciale delle aree ex Cantoni, ex Bernocchi,
Pensotti di via Firenze, dell'enorme rettangolo tra via Liguria
e la SP 12, destinato a surclassare l'Auchan, dei PL dell'Oltrestazione,
del Campo Gianazza (destinato a palazzine dopo anni di
promesse). Vi è poi il curioso caso della prevista area
ospedaliera al confine con Dairago e Villa Cortese: è lì, sola
ed isolata, palesemente inutile per trasferirci il nosocomio
cittadino, ancora oggi oggetto di imponenti investimenti. E se
anche qualcuno ci trovasse una qualche utilità, lo sfidiamo a
trovare i soldi per cotanta impresa, se di ospedale pubblico si
sta parlando. Se invece ipotizziamo interventi privati… allora
il discorso cambia, ma questa ci sembra una questione prematura.
Lasciamo al futuro.
IL DIRETTORE
Il resto del Comune beccheggia a
vista, saldamente in mano al Direttore generale. Il dottor Conte
avrà forse qualche difetto (qualcuno gli rimprovera un approccio
eccessivamente volitivo), ma se la politica è più appassionata
dai risultati dell'Inter che dal bene della città (per chi non
l'avesse capito, la bonaria allusione è alla passione sportiva
del Sindaco), qualcuno dovrà metterci pure una pezza, no?
Qualche assessore di recente
inserimento sta cercando di compiere un salto di qualità, e in
tutta buona fede crediamo che questo rappresenti un fattore
positivo, ma temiamo per loro... gli eccessivi protagonismi,
anche in positivo, non sono graditi dai veri sportivi.
IL PRESIDENTE
Ma i vecchi lavori pubblici, i
cari appalti che hanno segnato pagine buie e gloriose della
storia locale? Non interessano più? Tutt'altro. Oggi come ieri
rappresentano una delle spine dorsali dell'amministrazione
comunale. Ma sono stati, nei fatti, trasferiti in gran parte ad
Amga, la ex municipalizzata da anni gestita da Giovanni Bianchi.
Negli ultimi anni Amga, con le
sue partecipate Amga Service e Amtel ha acquisito di tutto e di
più: ai tradizionali servizi di gas ed acqua, si sono affiancati
i rifiuti la gestione dell'appalto calore, del patrimonio
immobiliare, delle fognature, della manutenzione delle strade,
della cura del verde pubblico, dello spazzamento neve... fino
alla posa della fibra ottica per la trasmissione dati veloce. In
vero non senza risultati. E tutto questo in un susseguirsi di
creazioni di rami d'azienda, di scelta di soci privati cui
affidare, per lunghi anni, pressoché tutti i compiti operativi,
di acquisizione di servizi di ogni genere in vari comuni
limitrofi e non. Un'Amga così scatenata non la si era mai vista,
sprezzante nel lanciare sfide alla vicina Agesp (di Busto
Arsizio), proprio quando l'intero settore punta al
consolidamento dimensionale degli assetti societari per far
fronte alla prossima concorrenza privata. Ma a Legnano le
strategie sono ben altre, e soprattutto non sono né decise né
discusse in Consiglio comunale, dove da tempo non arriva un
documento programmatico degno di questo nome sull'arabescare di
Amga nel mondo delle "utilities".
IL TECNICO
Ma c'è una quarta area di potere,
un po' nascosta, che Legnano sta apprezzando negli ultimi anni.
Si tratta di Euroimpresa, diretta dal dottor Ceccarelli. Fiore
all'occhiello della città, soggetto e oggetto di infiniti
convegni e presentazioni, pare abbia creato almeno 150 nuovi
posti di lavoro (e non è poco). Soprattutto, ha condotto a
Legnano flussi di finanziamenti europei milionari (in euro). Il
problema è quanto resterà, negli anni, di questi interventi e di
questi finanziamenti, e quanto risulterà disperso in studi e
iniziative di breve periodo. Anche Euroimpresa sta infatti
prendendo il vizio di fare un po' di tutto, compresa
l'informatizzazione territoriale di Legnano e zona. Euroimpresa
deve invece divenire lo strumento operativo e qualificato con
cui Legnano e il Legnanese si pongono in diretta e paritetica
relazione con le altre città dell'asse del Sempione per
disegnare strategie di sviluppo di un territorio in profonda
crisi "vocazionale". Ma un disegno di questo tipo non si ottiene
e nemmeno si inizia solo con i finanziamenti Ue, peraltro
importantissimi, né con il lavoro di abili funzionari. Ci vuole
la politica, ci vuole la consapevolezza che il mercato,
soprattutto oggi, soprattutto nella nostra zona, lasciato a se
stesso non ci porterà da nessuna parte, o, forse, dove non
vogliamo andare.
IL NON-PROGETTO
Sfidiamo un investigatore privato
ad individuare un progetto coerente che muova ed unifichi le
azioni fondamentali dell'attuale amministrazione civica.
D'accordo che molto è routine, d'accordo che fare progetti è
difficile, d'accordo che bisogna confrontarsi con la larga scala
e che Milano è Milano; ma dopo cinque anni e mezzo di governo,
con ancora quattro anni davanti, uno sforzo bisogna pur farlo!
Qual è la Legnano che la Giunta Cozzi ha in mente? Una città
commerciale e di attrazioni per il tempo libero, da godere in
auto e da lasciare, sfatti, sul far del mattino? Una città di
servizi alle imprese? Una città dormitorio? Una città
residenziale, una curata periferia della metropoli? Un
riferimento per i comuni circostanti, un capoluogo di provincia?
Un po' di tutto in un festival di incoerenze? Noi non riusciamo
proprio ad intravederlo, ne ci aiutano i più che generici e
scolastici documenti programmatori. Intravediamo solo spunti,
più o meno meritori, qua e là, ma nessuna linea unificante. E i
quattro poteri "autonomi" che abbiamo descritto ne sono la
dimostrazione più evidente. A meno che il progetto sia il
non-progetto, cioè il credere che il mercato, liberamente in
mano agli opportunisti di turno, scelga ogni giorno la cosa
migliore per tutti. Una teoria un po' grezza a cui crediamo
poco, ma, se così è, lo si dica. Il "progetto" della Giunta ne
guadagnerebbe in dignità.
LE OPPOSIZIONI
In queste condizioni, esiste uno
spazio di "manovra", di verifica e di impulso, per le
opposizioni? Qualcuno pensa che non sarà difficile per il
centrosinistra (la parte più consistente dell'opposizione
legnanese) arrivare al governo della città, non appena calato un
poco l'effetto di trascinamento di Berlusconi. Il problema
semmai sarà quale città si troverà ad amministrare, in quali
condizioni di degrado territoriale e civile, e con quale
proprio, originale, progetto. Ma soprattutto il grave compito
che dovrà affrontare, insieme alle forze vive della comunità, è
di tipo culturale: ridare centralità alla politica, alla
partecipazione dei cittadini, al progetto, al bene comune (non
sembri un anacronismo), pur mantenendo le positive acquisizioni
in termini di efficienza, efficacia e modernizzazione della
struttura comunale. Ma c'è una sola condizione necessaria per
arrivare a vincere e nel contempo limitare i danni del tempo
presente: non avere paura di ascoltare la città e di parlarle.
Anche alzando la voce, leggendo la realtà dell'oggi con i propri
occhi, con un patrimonio di valori che affonda le proprie radici
nella concretezza di una sinistra riformista, nella capacità
amministrativa intrisa di solidarietà del cattolicesimo
democratico, nella fantasia e nel coraggio delle esperienze
civiche e ambientaliste degli anni '90.
Legnano ha bisogno di
un'amministrazione che ritorni a lavorare per cercare coerenze,
punti di incontro, soluzioni organiche ai problemi, progetti di
miglioramento delle qualità cittadine. E i cittadini devono
sentirsi rappresentati ma anche direttamente impegnati, così da
creare nuove speranze, attivare risorse, decidere grandi
progetti condivisi. Ricordandosi che la città è di tutti e che
la politica deve essere per tutti.
POLIS |
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11 Apr 2003 |
Consiglio comunale, un ruolo da rilanciare |
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I
consigli comunali, ma più in generale tutte le assemblee
elettive, sono in crisi. Questa è la principale constatazione
emersa durante il seminario per amministratori locali che si è
tenuto lo scorso venerdì 4 aprile a Castellanza.
Il Testo Unico Enti Locali, che disciplina l’ordinamento dei
comuni, pone dei paletti all’attività del consiglio comunale
limitandone la competenza ad alcuni atti fondamentali, lasciando
alla giunta tutto ciò che non riguarda il consiglio. Ecco che
le assemblee elettive cittadine diventano dei “votifici”,
chiamate nella maggior parte dei casi a ratificare decisioni già
prese piuttosto che ad essere organi di controllo e di indirizzo
politico – amministrativo, quali invece dovrebbero essere.
Il
sindaco, poi, è sostanzialmente incontrastabile, e può mettere
in disparte a suo piacere il consiglio comunale.
Quali
azioni bisognerebbe intraprendere, dunque, per rilanciare il
ruolo del consiglio comunale?
Non
pare necessario ritornare al mero ruolo gestionale che i
consigli avevano prima dell’istituzione della figura dei
dirigenti comunali. Tuttavia, visto che l’attività
decisionale dell’amministrazione civica è costituita in gran
parte da determinazioni dirigenziali e deliberazioni di giunta,
sarebbe utile attribuire al consiglio comunale la facoltà di
discutere ed eventualmente bloccare gli atti dirigenziali e
dell’esecutivo. Un potere che ai parlamentini civici non
dovrebbe mancare, visto che sono diretta espressione del corpo
elettorale.
Poiché
in molte città è evidente che non esista la volontà politica
di mantenere sullo stesso piano sindaco e consiglio,
bisognerebbe fare un passo indietro liberando le assemblee
civiche elettive dai vincoli ora imposti dalla legge. Al
consiglio comunale dovrebbe essere garantita funzione
propositiva e voce in capitolo in tutta la sfera di governo
della città. Non si tratterebbe quindi di ridurre le competenze
di sindaco, giunta e dirigenti, ma solo di permettere al
consiglio comunale di essere fino in fondo organo di controllo e
indirizzo.
Stefano Quaglia
Consigliere comunale a Legnano - Gruppo Margherita
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2 Apr 2003 |
Il crocefisso nelle aule |
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C’è da
chiedersi perché molti temono che il crocefisso torni al suo
posto.
Non si tratta di accendere la miccia di una guerra di religione,
né di affermare una supremazia della cultura cattolica sulle
altre.
Si tratta
di affermare che questa cultura c’è, che non si può pensare
al futuro, ad un’integrazione di culture diverse, senza
conoscere la propria storia e soprattutto senza amarla.
Il
crocefisso NON è un simbolo contro qualcuno, la croce non è
“segno di prepotenza” come è stato scritto (vedi “Il
Manifesto”), Cristo non ha fatto uccidere, ma si è
sacrificato. Pertanto il crocifisso non può offendere nessuno,
tanto meno, chi non si riconosce in tale simbolo.
Chi viene
nel nostro Paese, non può chiederci di ripudiare la nostra
storia, non può offendersi perché sono presenti i simboli
della nostra cultura, se lo fa si comporta da persona
intollerante.
Del resto
la cultura e la tradizione Italiana ed Europea, non si spiegano,
se non a partire dal cristianesimo che ha impregnato ogni pagina
della nostra storia.
Credenti o
no, non possono negarlo.
Il rispetto
degli altri non può passare attraverso la cancellazione della
nostra identità, dei simboli che ne fanno memoria; quel Cristo
in croce, non sarebbe altro che un uomo morto, se non ci fosse
stata la risurrezione, un uomo caduto martire per le sue idee
non può offendere nessuno.
Per chi
invece crede è un Dio, fattosi uomo, che ha scelto di morire
per dare al mondo una speranza.
ALCUNE OSSERVAZIONI SULL’IDEA DI TOLLERANZA
Visto
quanto accade nel mondo, vista la spirale di odio che
inevitabilmente la guerra genera, si sente sempre più spesso
parlare di tolleranza. L’idea di tolleranza che circola
rischia però a volte di essere essa stessa la radice di tutte
le intolleranze. Infatti, ciò che in molti casi viene
perseguito come tolleranza è l’eliminazione, la soppressione
delle differenze, non la capacità di accogliere e valorizzare
l’altro. Pertanto, secondo questa cattiva idea di tolleranza,
io, di fronte all’altro, sono tollerante nella misura in cui
rinuncio a mostrare ciò che caratterizza la mia fede, ciò che
distingue la mia esperienza di fede dalla sua, ciò che in
generale reputo vero. Ultimamente sono tollerante solo se
rinuncio a vivere a pieno la identità (vedi la discussione
sulla opportunità di appendere o meno il crocifisso in classe).
Quanto
Maritain dice riguardo a questo modo equivoco di di parlare
della tolleranza è estremamente significativo: “Non c’è
tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente
convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e
quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa
verità il diritto di esistere e di contraddirlo e quindi di
esprimere il loro pensiero, non perché siano liberi nei
confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo
loro e perché rispetta in essi la natura e la dignità umana e
quelle risorse e quelle sorgenti vive dell’intelligenza e
della coscienza che li rendono, in potenza, capaci di attingere
anche loro la verità, che egli ama, se un giorno arriveranno a
vederla” (J.Maritain, Tolleranza e verità, in Il filosofo
nella società.
La stessa
esperienza cristiana, quando è vissuta autenticamente, non può
che generare uno sguardo capace di accogliere e valorizzare
l’altro, perché essa si radica nella consapevolezza che ciò
che la differenza da ogni altra esperienza religiosa, non è
frutto di una lettura più geniale del fenomeno religioso
stesso, che porrebbe il cristiano su di un piano superiore,
quanto piuttosto dell’iniziativa assolutamente gratuita di Dio
che si fa incontro all’uomo.
CHE COSA È IL DIALOGO
Non sempre
il dialogo è facile. Per i cristiani, però, la paziente e
fiduciosa ricerca di esso costituisce un impegno da perseguire
sempre. Contando sui doni ricevuti, essi restano sempre aperti e
accoglienti verso quanti professano altre religioni. Senza
smettere di praticare con convinzione la propria fede, cercando
il dialogo anche con chi cristiano non è. Essi tuttavia sanno
bene che per dialogare in modo autentico con gli altri è
indispensabile una chiara testimonianza della propria fede.
Questo
sforzo sincero di dialogo suppone, da un lato, l’accettazione
reciproca delle differenze, e talora persino delle
contraddizioni, come pure il rispetto delle libere decisioni che
le persone assumono secondo la propria coscienza. È quindi
indispensabile che ognuno, a qualsiasi religione appartenga,
tenga conto delle inderogabili esigenze della libertà religiosa
e di coscienza.
Esprimo
l’auspicio che tale solidale convivenza possa avverarsi anche
nei Paesi in cui la maggioranza professa una religione diversa
da quella cristiana, ma dove vivono immigrati cristiani, che
purtroppo non sempre godono di una effettiva libertà religiosa
e di coscienza.
Mario
BOMBELLI
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19 Mar 2003 |
Chiamati ad essere "sentinelle
della pace" |
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Messaggio del
Cardinale Arcivescovo a tutte le parrocchie della Diocesi a
seguito del convegno "Pacem in Terris. La posizione della
Chiesa sulla pace" del 16 marzo scorso.
Si invitano i delegati al convegno a leggere questo messaggio
durante le SS. Messe di domenica 23 marzo ed eventualmente a
distribuirlo ai fedeli.
Carissimi,
come sapete,
domenica scorsa abbiamo celebrato a Milano il Convegno diocesano
“Pacem in terris. La posizione della Chiesa sulla
pace”. Il momento che abbiamo vissuto ci impegna ora a continuare
e a rilanciare un cammino di pace.
Sento per questo il bisogno di riproporre a tutti l’appello
del Papa ad essere «sentinelle della pace, nei luoghi in
cui viviamo e lavoriamo», vigilando «affinché le coscienze
non cedano alla tentazione dell’egoismo, della menzogna e
della violenza» (All’Angelus del 23 febbraio 2003).
Per essere
autentiche “sentinelle della pace”, dobbiamo lasciarci
guidare dalla voce della coscienza, nel suo compito di
discernimento e di decisione operosa.
La voce della coscienza ci chiede di “discernere”,
ossia di riconoscere e giudicare, nella verità, i valori e le
esigenze delle persone e dell’ordine sociale. Esprimiamo,
dunque, un “sì” convinto alla pace e a tutto ciò
che è necessario perché si realizzi e, insieme, un “no”
deciso a quanto la turba o la distrugge. Per non cadere,
però, in uno scorretto pacifismo, è necessario:
- educare la propria coscienza,
conoscendo e approfondendo la dottrina sociale della Chiesa
sulla pace e sulla guerra;
- evitare ogni reazione emotiva
e irrazionale
di fronte alle posizioni che emergono su questi problemi;
- essere attenti e critici nei
confronti delle possibili manipolazioni della verità da
parte dei mass media.
La voce della
coscienza ci spinge anche ad “agire”. È necessario
impegnarci a “fare” opere di pace. Sì, la pace va fatta:
in casa, nella scuola, sul lavoro, in ogni ambiente della vita
sociale, a livello politico, in ambito nazionale e
internazionale. Va fatta da tutti, nessuno escluso, perché la
pace – oltre che dai responsabili dei popoli e delle
nazioni – dipende anche da ciascuno di noi! Seminiamo,
dunque, “gesti quotidiani di pace”, coltivando
atteggiamenti di sincerità, di stima e di accoglienza
dell’altro, di pazienza e di generosità, di amore e di
perdono.
Per essere
“sentinelle della pace” come discepoli del Signore che
testimoniano la novità cristiana, ci è chiesto di lasciarci
guidare da una coscienza illuminata dalla fede e animata
dalla carità.
Riconosciamo, allora, che la pace è “dono”
di Dio, comunicata agli uomini mediante la Croce e il sangue
di Gesù, “nostra pace”. Questo stesso “dono” oggi lo
ritroviamo e lo incontriamo nella Chiesa e, in
particolare, nell’Eucaristia. Continuiamo, dunque, ad
attingere dalla celebrazione eucaristica, soprattutto
domenicale, la grazia che ci rende persone pacificate e che
sanno diffondere pace.
La pace è sì dono di Dio, ma è un “dono affidato agli
uomini”. Viviamo, perciò, la “missione”,
consegnata a tutti noi cristiani, di annunciare, celebrare e
testimoniare il “Vangelo della pace”:
- annunciamolo,
facendo risuonare sempre la parola della pace, anche quando
sembra venir meno la speranza di poterla realizzare;
- celebriamolo
nell’Eucaristia e mediante una preghiera umile, fiduciosa
e insistente, che invoca dal Signore il grande dono della
pace;
- testimoniamolo,
con una carità concreta e operosa, sempre pronta a
perdonare, riconciliare e far crescere la comunione nei
rapporti tra le persone, in famiglia, negli ambienti di vita
e nella stessa comunità cristiana.
Carissimi, essere
“sentinelle della pace” è un compito impegnativo e, spesso,
non privo di tante difficoltà. In questo compito, però, una
certezza ci accompagni e ci sostenga: non siamo soli! Con
noi c’è lo Spirito di Dio! È lui il vero e grande
protagonista dell’edificazione della pace! Lasciamoci, dunque,
guidare e animare dallo Spirito di Gesù per essere autentici
“operatori di pace”.
E se,
nonostante tutto ciò, dovesse scoppiare la guerra? E se
questa guerra venisse dichiarata e condotta a dispetto del
diritto internazionale e di ogni principio morale?
In questa ipotesi deprecabilissima – che speriamo sempre non
si verifichi –, che ne sarebbe delle indicazioni di questo
messaggio? Dovremmo forse perdere la fiducia e abbandonarci alla
delusione perché tutti i tentativi di scongiurare la guerra
sono falliti e la nostra stessa preghiera sembra non essere
stata esaudita?
No, carissimi! Anche in questa gravissima e inaccettabile
situazione, dovremmo continuare ad essere “sentinelle della
pace”! Proprio in tempo di guerra, infatti, la missione
delle sentinelle si fa più preziosa e necessaria. Da sentinelle
vigili e accorte, dovremmo dunque:
- condannare questa guerra
e chiedere che finisca, utilizzando anche ogni mezzo
democratico per far sentire la nostra voce e incidere
sull’opinione pubblica;
- continuare a praticare il
dialogo e il perdono,
nella convinzione che essi hanno un valore giuridico e
politico anche nei rapporti tra gli Stati;
- non perdere mai la fiducia
nel Signore,
ma rinnovarla ancora di più, intensificando l’impegno
della preghiera, della penitenza e della carità;
- convertire il nostro cuore
e intercedere perché si converta il cuore di quanti non
hanno fatto abbastanza per evitare la guerra e di quanti
l’hanno caparbiamente voluta.
Su ciascuno di voi,
sulle vostre famiglie e sulla vostra parrocchia, invoco di cuore
la grazia e la benedizione di Dio. Il Signore rivolga il suo
volto su di voi e vi doni la sua pace! La doni – la
ridoni! –, in particolare, al Medio Oriente! La doni ad ogni
uomo! La doni al mondo intero!
Milano, 17 marzo
2003.
Il vostro Arcivescovo
+ Dionigi card. Tettamanzi
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14 Mar 2003 |
Riflessione del Card. Martini sulla
pace |
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Card.
CARLO MARIA MARTINI
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GERUSALEMME,
Quaresima 2003.
Sono passati sei mesi da
quando ho terminato il ministero attivo come Arcivescovo e in
molti mi domandano, anche solo implicitamente, le ragioni del
silenzio "sabbatico" tenuto in questo
periodo,invitandomi a romperlo in qualche occasione particolare. Vorrei
anzitutto precisare che non si tratta di un silenzio che si
potrebbe un po' definire come "dispettoso" (cioè di
chi si tira fuori dai problemi con senso di superiorità o di
sufficienza), né del silenzio detto "ossequioso",
quello cioè di chi ha paura di disturbare autorità politiche o
ecclesiastiche:si tratta di un silenzio che vorrei definire
"rispettoso", che tiene conto cioè della mia nuova
situazione di vita, del mio abitare in parte a Roma e in parte a
Gerusalemme e degli equilibri delicati che tutto ciò comporta.
Ma vorrei definirlo al meglio un silenzio "sabbatico",
ricordando quelle parole che noi sacerdoti anziani citiamo
ancora della Bibbia latina "sabbato quidem siluerunt
secundum mandatum" (Lc 23, 56) dove la Bibbia della C.E.I.
traduce "il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo
il comandamento": che
è poi quel medesimo antico comandamento che impone, per la
sanità stessa dell'uomo e in ordine al servizio dell'Altissimo,
l'alternarsi di lavoro e di riposo, e quindi anche di parola e
di pause di silenzio. Ma
vi sono pure occasioni e situazioni che invitano a fare
eccezione a questa regola, per ragioni gravi. E terribilmente
grave è certamente la situazione delle attuali minacce alla
pace e delle violazioni della pace, messe in questi giorni
ancora più in rilievo da grandi e corali desideri di pace. Ci si deve
certamente rallegrare di questa grande, spontanea, diffusa,
praticamente unanime volontà di pace. Vi è in essa un riflesso
del desiderio di quella pace che è dono di Dio, della pace
offerta a Betlemme agli uomini che Dio ama. Questa volontà e
questa ansia di pace, che totalmente condividiamo, ci spingono
però a ricordare tre cose. La
prima è che la pace ha un costo.
Mi diceva un amico qualche tempo fa, parlando della sua
esperienza come straniero in una società travagliata da
conflitti: questa
società, nelle sue espressioni migliori, vuole sinceramente la
pace, ma non sa decidersi a pagarne il prezzo. Va infatti
ricordato che persino quel fiore raro e prezioso del Vangelo che
talora viene chiamato (con una semplificazione terminologica)
"non violenza", ha un prezzo preciso:
"a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti
la tunica, tu lascia anche il mantello" (Mt 5, 40). Ciò
significa che bisogna essere disposti a pagare un prezzo e a
rinunciare anche a qualcosa a cui si avrebbe pure diritto. Non
basta dunque invocare la pace:
bisogna essere disposti a sacrificare anche qualcosa di
proprio per questo grande bene, e non solo a livello personale
ma pure a livello di gruppo, di popolo, di nazione. Una
seconda cosa che menzionerei è che la pace non è mai un
edificio solido, costruito compatto una volta per tutte, ma
somiglia piuttosto ad una tenda, ad un castello di sabbia, da
custodire e da ricostruire sempre con infinita pazienza
("settanta volte sette" direbbe Gesù, cfr Mt 18, 22).
In altre parole, non è sufficiente rifarsi soltanto a
considerazioni etico-politiche (chi ha ragione, chi ha torto,
chi è l'aggressore, chi è l'aggredito, l'uso della legittima
difesa, l'eventuale possibilità di una guerra giusta ecc.).
Occorre avere il coraggio di proclamazioni profetiche, che
tengano conto della precarietà e peccaminosità della
situazione umana storica. Infatti
la prima e perenne difficoltà nella costruzione della pace
nella città degli uomini risiede in un dato antropologico che
la Bibbia ricorda fin dalle prime pagine e cioè che
"l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla
adolescenza" (Gen 8, 21). Ogni volontà costruttiva della
pace si scontra con la ineludibile aggressività umana, col
desiderio insito in tanti di noi, persone e gruppi, di possedere
ciò che è dell'altro, di avere più dell'altro, meglio
dell'altro, togliendolo, se non c'è altro mezzo, anche con la
forza. Tutto ciò costituisce una dimensione tragica
dell'esistenza che non è lecito ignorare, fare come se non
esistesse. In questo senso la sola e astratta sollecitazione di
atteggiamenti belli ma carichi di utopia, senza inserirli nel
contesto reale della struttura, dei bisogni e delle miserie
umane, minaccia alla fine la causa stessa della pace. Non
per niente una delle tradizioni bibliche più antiche dice che
la prima città fu fondata da Caino, allo scopo certamente anche
di contenere e arginare quelle
aggressioni scatenate
che alla fine avrebbero potuto uccidere lo stesso Caino (cfr Gen
4, 17). Il
conflitto, l'uso della forza, la possibilità dello scatenarsi
della violenza, sono dati di cui si deve tener conto nel
programmare la vicenda umana, ciò che è compito soprattutto
dei politici. È
perciò inevitabile, per la pace di questo mondo, ideale sommo e
sempre da perseguire con indomito coraggio, ritessere
continuamente le fila di una concordia che non si illuda di
sradicare del tutto l'aggressività, ma che si proponga il
compito, più modesto ma insieme più realistico, di moderarla
fino al punto da preferire talora anche un compromesso, in cui
ciascuno debba concedere qualcosa a cui avrebbe teoricamente
diritto, in vista del superamento di una litigiosità violenta e
senza fine. Si tratta cioè di superare il solo punto di vista
etico-politico per accedere a quel profetico "porgi l'altra
guancia" (cfr Mt 5, 39) che non crediamo sia così utopico
come sembrerebbe a prima vista. La
difficoltà perenne di una politica della pace (che sarà sempre
una pace fragile e minacciata) sarà infatti proprio nella
determinazione del punto di equilibrio tra le ragioni delle
parti in causa e le possibilità pratiche di gestirle senza
conflitto violento, in una sana dialettica che conduca tutti i
contendenti alla rinuncia di qualcosa di proprio in vista della
ricerca del maggior bene comune concretamente realizzabile qui e
ora. La
terza verità da ricordare è che, per tutti i motivi detti
sopra, una pace seria e duratura, là dove persistono ragioni
gravi di conflitto, ha sempre un po' del "miracoloso",
dell'improbabile, del "dono dall'alto" ("Vi do la
mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi", Gv 14,
27) e perciò chi crede in Dio la deve chiedere nella preghiera
con tutte le forze e anche chi non crede la deve invocare dal
fondo della propria coscienza pronto a sacrificarsi con tutto se
stesso. Occorre
cercare la pace possibile e intercedere per essa con quella
instancabilità con cui pregava Gesù nell'orto degli Ulivi
"ripetendo le stesse parole" (Mt 26, 44), con quella
costanza, perseveranza, creatività e tenacia di cui ci dà
esempio Papa Giovanni Paolo II. Come
afferma il Concilio Vaticano II, la pace (che è molto di più
che non l'assenza di guerra o la presenza di un fragile
armistizio) è il dono che va invocato e ricercato con l'aiuto
di tutti: "La
pace terrena che nasce dall'amore del prossimo, è immagine ed
effetto della pace di Cristo, che promana da Dio Padre" (Gaudium
et spes, n. 77). Di
qui si può anche intendere il senso vero e profondo del famoso
e sapiente detto biblico "opus iustitiae pax" (cfr Is
32, 7): "effetto
della giustizia sarà la pace". Sì, la pace non può che
essere frutto della giustizia, ma la pace di questo mondo non
sarà soltanto il risultato di una giustizia mondana perfetta,
che non si avrebbe mai nelle attuali aggrovigliate condizioni
storiche, ma frutto di quella giustizia che è al momento
ottenibile anche a prezzo di sacrifici e rinunce di singoli e di
gruppi in vista di un bene comune più alto e condiviso . La
pace perciò alla fine è opera di una giustizia che partecipa
della giustizia divina, di una giustizia cioè che è anche
perdonante, misericordiosa, riabilitante, capace di dimenticare
i torti subiti.
L'Osservatore
Romano - 12 Marzo 2003
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8 Mar 2003 |
Le donne per una cultura di pace |
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Mai come in questi ultimi tempi le donne
sono scese in piazza per difendere il diritto alla pace;
giovani, meno giovani, imbronciate, sorridenti,
preoccupate, hanno sfilato nei cortei,
sventolato bandiere, rivendicato fiduciose la pace. E
proprio per ribadire il diritto ad una cultura di pace, vorrei
ricordare AMINA
LAWAL e la sua assurda condanna. …
L'altra notte ho visto come lapidano la gente secondo la
Sharia. La
differenza tra uomini e donne è che le donne vengono sì
imbavagliate e avvolte in un telo e sotterrate fino al busto, ma
per loro si ha l'attenzione di sotterrare anche la zona del seno,
perché è zona
da non colpire o sfiorare… Una
folla impazzita sfascia quindi loro esclusivamente la testa.
Si può combattere, vincere, tanta ignoranza?
Rimangono solo trenta giorni di tempo. Se il ricordo dell’otto marzo non è solo una formalità da sbrigare o una scusa per fare
festa, fermiamoci
un po’ di più a leggere
o rileggere la storia di Amina,
a riflettere su ogni singola e agghiacciante parola,
a ricordare che non molto lontano da qui,
donne – e anche uomini
- continuano
a morire, ammazzati
dall’ignoranza e dal fanatismo. Manca
solo un mese e poi verrà lapidata. Con Safyia ha funzionato.
Grazie.
Per favore, andate sul sito di Amnesty
International
http://www.amnesty.it/primopiano/nigeria.php3
Rosa
Romano
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18 Feb 2003 |
Poesie di pace |
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"PACE
- PEACE"
" O vecchio, a te piaccion sempre discorsi interminabili,
come una volta, in pace : ma è sorta una guerra orrenda.
Già molte volte io fui nelle battaglie degli uomini,
e
mai vidi un esercito simile, così grande! "
Omero
La
guerra che verrà
non è
la prima. Prima ci sono state altre guerre.
Alla
fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.
Fra i
vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i
vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.
Bertolt
Brecht
(1898-1956)
Uomo
del mio tempo
Sei
ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del
mio tempo. Eri nella carlinga,
con le
ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho
visto- dentro il carro di fuoco,alle forche,
alle
ruote di tortura. T'ho visto : eri tu,
con la
tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza
amore,senza Cristo.Hai ucciso ancora,
come
sempre,come uccisero i padri,come uccisero,
gli
animali che ti videro per la prima volta.
E questo
sangue odora come nel giorno
quando
il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo
ai campi".E quell'eco fredda,tenace,
è
giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate,o
figli, le nuvole di sangue
salite
dalla terra,dimenticate i padri :
le loro
tombe affondano nella cenere,
gli
uccelli neri,il vento,coprono il loro cuore.
Salvatore
Quasimodo
(1901-1968)
PROMEMORIA
Ci sono
cose da fare ogni giorno:
lavarsi,studiare,giocare,
preparare
la tavola
a
mezzogiorno.
Ci sono
cose da fare di notte:
chiudere
gli occhi,dormire,
avere
sogni da sognare,
orecchie
per sentire.
Ci sono
cose da non fare mai,
nè di
giorno nè di notte,
nè per
mare nè per terra:
per
esempio,la guerra.
Gianni
Rodari
(1920-1980)
Se
viene la guerra
Se viene
la guerra
non
partirò soldato.
Ma di
nuovo gli usati treni
porteranno
i giovani soldati
lontano
a morire dalle madri.
Se viene
la guerra
non
partirò soldato.
Sarò
traditore
della
vana patria.
Mi farò
fucilare
come
disertore.
Mia
nonna da ragazzino
mi
raccontava:
"Tu
non eri ancora nato.Tua madre
ti
aspettava. Io già pensavo
dentro
il rifugio osceno
ma caldo
di tanti corpi,gli uni
agli
altri stretti,come tanti
apparenti
fratelli,alle favole
che
avrebbero portato il sonno
a
te,che, Dio non voglia!,
non veda
più guerre".
Dario
Bellazza
(1944-1996)
Soldati
Si
sta come
d'autunno
sugli
alberi
le foglie
Giuseppe
Ungaretti
(1888-1920)
"
E' un peccato che noi teniamo conto delle lezioni della vita
solo quando non ci servono
più
a niente".
Oscar Wilde, scrittore irlandese
(1856-1900)
"
L'intelligenza è un capitano sempre in ritardo in una
battaglia.
E che dopo la battaglia discute."
Lèon-Paul Fargue, poeta francese
(1876-1947)
(a cura di Rosa Romano)
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11 Feb 2003 |
Riflessioni sulla guerra |
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Vorrei esprimere pubblicamente la mia adesione alla
manifestazione per la pace che si terrà sabato a Roma, in
concomitanza con quelle in molte città del mondo. Si prevede
una grande partecipazione: aumenta di giorno in giorno la
contrarietà alla guerra all’Iraq. Più si avvicina più
spaventa, perché appare per quello che è, un affare o
un’ossessione esclusivamente americana destinata ad
aggravare ulteriormente la situazione già drammatica del
Medio Oriente.
La guerra inietterà altra follia e disperazione nelle vene di
quella zona del mondo. Abbatterà la dittatura di Saddam
Hussein ma non risolverà il problema del terrorismo
internazionale, al contrario alimenterà il fondamentalismo
islamico e l’odio e il risentimento nei confronti
dell’Occidente. Causerà centinaia di migliaia di vittime
innocenti, moltiplicherà le sofferenze dei bambini. Con tutta
probabilità provocherà l'inasprimento del conflitto
israeliano-palestinese. Foraggerà, questo sì, i produttori
di armi e servirà alle nuove strategie espansionistiche
dell’industria petrolifera americana.
C’è un dato che trovo assurdo: che la civiltà occidentale
- di cui ci sentiamo parte viva - continui ad investire così
tante risorse umane e finanziarie in opere di morte, che
utilizzi la sua intelligenza per arrivare a elaborare e
sostenere una teoria incredibilmente rozza come quella della
"guerra preventiva".
L'’ordine che arriva dall’amministrazione americana è di convertirsi
all’intervento armato per azzerare qualsiasi minaccia
supposta o futura, riscrivendo di conseguenza le regole che
dal secondo dopoguerra ad oggi hanno retto le sorti del mondo
e i rapporti tra le nazioni. La miglior difesa è un buon
attacco. Colpire per primi un nemico potenziale non è
aggressione ma autodifesa. E’ la mentalità e la tecnica dei
pistoleri del west applicata su scala mondiale. E’ la
traduzione in norma internazionale del principio rivendicato
dalla destra americana circa il diritto di ognuno a
portare le armi: "spara per primo, se lui ti guarda
storto, se sospetti che possa farti del male".
La guerra preventiva è anche perpetua. Oggi in Iraq, domani
in Corea, dopodomani chissà. Dura fino alla vittoria globale,
quindi il termine si allontana all’infinito. Quando ci sarà
mai la certezza di aver eliminato dalla faccia della terra
l’ultimo fondamentalista islamico, l’ultimo kamikaze?
L’Occidente non può continuare a tradire la parte migliore
di se stesso. L’Occidente, che ha fatto della difesa della
vita il proprio valore supremo spendendo milioni di milioni
per tenere in vita i malati terminali o i bambini prematuri,
non può ritenere "necessari" massacri di migliaia
di innocenti. L’Occidente, che ha fatto della pazienza del
diritto il proprio stile di convivenza civile, non può cedere
alla fretta degli ultimatum e delle armi. Se attorno a me vi
sono terroristi, chiedo alle forze dell’ordine di intervenire
in maniera dura ma anche in forma controllata e limitata allo
stretto necessario. E ai colpevoli non verrà applicata la
pena di morte. Se sono circondato da persone armate fino
ai denti, chiederò una vigilanza ferrea e la distruzione
degli arsenali, ma non mi metterò a sparare all'impazzata.
Perché non continuare a sperare che le categorie che valgono
per il livello micro funzionino anche al livello macro? Che
sia possibile mitigare la violenza a livello mondiale così
come abbiano imparato a mitigare la violenza tra le persone in
ambito nazionale?
Questa non è un’utopia cattomunista papista terzomondista!
E’ lo spirito dell’Occidente, lo spirito di Erasmo da
Rotterdam, lo spirito che ha animato i nostri Costituenti nel
momento della stesura della Carta Costituzionale. Oggi lo
spirito è debole, ma non spento. Con l’impegno di molti può
tornare a soffiare forte. Giovanni Colombo
Presidente della Rosa Bianca
Consigliere comunale a Milano
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10 Gen 2003 |
Un'occasione sprecata |
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E’
stato adottato in sordina il nuovo Piano Territoriale di
Coordinamento Provinciale (PTCP), che è un atto fondamentale
finalizzato a promuovere e indirizzare lo sviluppo del
territorio della provincia.
L’Amministrazione provinciale di centrodestra ha già sminuito
l’efficacia del PTCP: dopo aver annullato quello redatto nel
1999 dalla Giunta di centrosinistra guidata da Livio Tamberi, ha
varato un Piano la cui attuazione è demandata ai singoli Piani
Regolatori Generali, quindi alla volontà di ogni comune. La
qualità della vita della popolazione dipende anche dal
funzionamento di tutto l’organismo provinciale e dalla sua
pianificazione d’insieme: basta pensare alla mobilità e ai
trasporti pubblici intercomunali, ambiti nei quali è
impensabile che ogni comune possa fare di testa sua. Il
nuovo PTCP è stato ancora più privato dei suoi scopi
dall’Amministrazione comunale di Legnano. Il Piano consentiva
che vi fosse un mese di tempo a partire dallo scorso 13 novembre
per proporre osservazioni, ma un atto così importante, anche
per la valorizzazione delle specificità locali dell’area
legnanese, non è nemmeno passato dal Consiglio comunale.
L’assemblea cittadina aveva il diritto di formulare
osservazioni al PTCP da sottoporre al Tavolo del Legnanese,
formato da Legnano e dai comuni della zona. La nostra
Amministrazione comunale vi ha partecipato senza coinvolgere le
minoranze e sostanzialmente avallando le scelte centralistiche
di metodo della Provincia. Un modo d’agire davvero curioso e
opposto a quello attuato in occasione del PTCP 1999, quando il
Sindaco Cozzi accusò la Provincia di voler comandare a Legnano,
definendo il PTCP una sorta di diktat con cui si volevano
imporre vincoli, dall’alto, sul territorio cittadino. La
Giunta Cozzi non si è preoccupata di far conoscere il Piano ai
cittadini, quando l’obiettivo politico del PTCP dovrebbe
essere quello di attuare la più ampia partecipazione sociale
alla sua formazione, mantenendo comunque il ruolo decisionale
delle istituzioni elettive. Queste ultime a Legnano non sono
state minimamente coinvolte, al punto che la Commissione
consiliare Territorio è stata convocata per la discussione del
PTCP solo dopo la richiesta dei Consiglieri di centrosinistra, e
oltre il termine previsto per l’espressione di osservazioni.
Il tempo per formularle, secondo l’Amministrazione comunale di
Legnano, era troppo poco per creare il coinvolgimento richiesto
dalle minoranze. Ma se anche ciò fosse vero, visto che il
Tavolo del Legnanese è stato istituito da più di un anno, la
pratica della democrazia suggerisce che in quel contesto i
rappresentanti eletti dai cittadini avrebbero dovuto essere
parte attiva.
Stefano
Quaglia Consigliere comunale della Margherita
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