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Anno 2003

22 Dic 2003 Grande Milano. Forse troppo.

I giochi sono fatti. O quasi. Lo scorso sabato 20 dicembre si è svolta a Milano la convention del centrosinistra, in cui lo schieramento si è presentato in vista delle elezioni provinciali del 2004. Una campagna elettorale che si è avviata con buoni propositi e aspetti da chiarire.
Va senza dubbio giudicata positivamente l’intenzione di Penati di costruire un programma con la partecipazione più vasta possibile: <<Tutta la prima parte della campagna elettorale sarà dedicata all’ascolto della città>>. Spero che il Presidente in pectore intendesse “delle città”, ma questa frase dà lo spunto per notare altri punti della carta dei principi, dei propositi di Penati o delle candidature.

Iniziamo dal cosiddetto “tridente”: l’aspirante Presidente Filippo Penati, il suo possibile vice Alberto Mattioli e la probabile presidente del consiglio provinciale Irma Dioli. Il territorio non ha avuto la minima voce in capitolo nella scelta di questi nomi.
Nella carta dei principi si legge “Pensiamo che i problemi più grandi di quest’area si risolvano solo in una dimensione metropolitana”. Lo slogan della campagna elettorale è: “Il sogno della grande Milano che diventa realtà”. Penati sostiene che Milano non deve essere il buco nella ciambella, uno spazio vuoto nel governo di un territorio più ampio.

Partendo dal buonissimo proposito di costruire il programma con la massima partecipazione, spero che questo sia l’occasione con cui delineare con precisione le azioni amministrative principali che Penati intraprenderà se verrà eletto alla Presidenza della provincia di Milano. Tra ciambelle, grande Milano e altre similitudini non si può negare che fra le righe striscia la città metropolitana. Come consigliere del comune di Legnano ritengo che il programma dovrà definire bene quali sono i limiti della città metropolitana che ha in mente Penati. Tutta la provincia? Solo i comuni attorno a Milano? La provincia e poi anche fino a Malpensa? Legnano chiede un circondario e non pare proprio disposta a essere inglobata in un ente che la renderebbe ancora più dipendente da Milano.
La Margherita chiede l’istituzione del circondario di Legnano, e lo chiede anche il Consiglio comunale della nostra città. Inoltre ritengo che il circondario possa essere un punto di partenza per una maggiore collaborazione con il basso Varesotto.
Mi auguro che Penati e la sua squadra sappiano costruire un programma ascoltando ogni angolo della provincia, cercando per ogni zona, compreso il Legnanese, una risposta alle esigenze che i territori hanno.
Buon lavoro, Penati! Ben venga un programma partecipato, è quello che i cittadini aspettano! Purchè non parta dal presupposto che provincia sia uguale a città di Milano. Stendiamo insieme un programma ascoltando la provincia e non solo la città, nel quale chi vuole governare sia anche capace di ammettere che, per il bene di qualche zona, la provincia sia disposta a perdere qualche fetta di ciambella. Del resto, per Monza lo farà.

Stefano Quaglia
Consigliere comunale della Margherita a Legnano

17 Nov 2003 Le province che non ti aspetti

In questi giorni sta riprendendo vigore il dibattito sulla possibilità di istituire una nuova provincia nell’Altomilanese. Fra i detrattori di questa proposta c’è chi dice che questa nuova provincia sarebbe troppo piccola. E allora, proviamo a dare un’occhiata a tutte le proposte di nuove province che giacciono in Parlamento (vedi tabella sottostante).

Innanzitutto balza all’occhio che sono circa una quarantina le nuove province proposte. Le relative leggi, in buona parte, sono state assegnate alle competenti commissioni parlamentari ma non ancora esaminate; fra queste rientra Busto Arsizio.

Scendendo nei dettagli, vediamo che le proposte per la province di Sibari e Sulmona sono già all’esame delle Commissioni Parlamentari, mentre Cassino ha già avuto il via libera della Commissione Affari Costituzionali della Camera.

Non voglio dire che Sibari, Sulmona e Cassino non siano importanti, ma fra tutte le proposte di nuove province quale dovrebbe essere quella da approvare per prima?

Sono proprio così poco importanti i più di 500.000 abitanti di una possibile nuova provincia dell’Altomilanese? Cito solo questo dato, ma potrei evidenziare una realtà economica che non ha proprio nulla da invidiare a quelle di altri comprensori che ambiscono a diventare provincia.
Provincia e Capoluogo Proposto da / data proposta situazione in Commiss. Parlam. proposto anche dalla Margherita
Monza Bossi (Lega) e Baio Dossi (Margherita) legge approvata dalla Camera e trasmessa al Senato SI
Fermo Tanoni (Margherita) legge approvata dalla Camera e trasmessa al Senato SI
Barletta-Andria-Trani Sinisi (Margherita) legge approvata dalla Camera e trasmessa al Senato SI
Avezzano Del Turco Misto 02/10/01 in esame
Basano del Grappa Pasinato FI 03/07/01 in esame
Sibaritide-Pollino Cassano allo Ionio Marini Cesare Misto 31/05/01 in esame
Castrovillari Trematerra CDU 06/02/02 in esame
Venezia orientale da determinare Falcier FI 23/10/01 in esame
Venezia orientale da determinare Basso DS 30/01/02 in esame
Sibaritide-Pollino Sibari di Cassano allo Ionio Bevilacqua AN 18/12/01 in esame
Sulmona Zappacosta AN 10/07/01 in esame
Basso Lazio Cassino Pecoraro Scanio Verdi 09/07/03 assegnato - parere positivo Comm. Aff. Cost. Camera
Cilento-Vallo di Diano Agropoli-Sala Consilina-Vallo di Lucania-Sapri Borea UDC 10/06/03 assegnato
Ufita-Baronia-Calore-Alta Irpinia Ariano Irpino Flammia DS 11/11/02 assegnato
Aversa Santulli FI 17/10/01 assegnato SI
Aversa Giuliano FI 05/07/01 assegnato
Avezzano Magri UDC 29/04/02 assegnato
Avezzano De Laurentiis CDU 18/07/01 assegnato
Bassano del Grappa Didonè Lega Nord 18/07/01 assegnato
Valle Camonica Breno Caparini Lega Nord 18/07/01 assegnato
Busto Arsizio Volontè UDC 31/10/01 assegnato
Seprio Busto Arsizio Tomassini FI 06/06/01 assegnato
Sibaritide-Pollino Cassano allo Ionio Oliviero DS 18/06/01 assegnato
Castrovillari Papaterra Misto 30/01/02 assegnato SI
Tigullio Chiavari Mondello FI 24/10/01 assegnato SI
Etruria Civitavecchia Tidei DS 26/09/01 assegnato
Crema Gibelli Lega Nord 31/07/01 assegnato
Basso Ionio da decidere con referendum Bova DS 28/05/02 assegnato SI
Venezia orientale da determinare Martella DS 21/02/02 assegnato
Nord Barese-Valle Ofantina da determinare Greco FI 18/10/01 assegnato
Vallecamonica Darfo Boario Terme De Paoli Misto 21/11/01 assegnato
Guidonia - Tivoli Messa AN 19/09/02 assegnato
Arcipelago campano Ischia Lauro FI 11/07/01 assegnato
Arcipelago campano Ischia Lauro FI 05/06/01 assegnato
Arcipelago campano Ischia Mussolini AN 31/05/01 assegnato
Lamezia Terme Marini Cesare SDI 18/06/03 assegnato
Melfi Lettieri Margherita 22/10/01 assegnato
Melfi Blasi FI 27/05/02 assegnato
Melfi Boccia Margherita 06/06/01 assegnato
Agro Nocerino Sarnese Nocera Inferiore Cozzolino AN 14/06/01 assegnato
Nola Iervolino Antonio UDC 30/05/02 assegnato
Nola Cola AN 06/06/01 assegnato
Nola Russo FI 30/05/01 assegnato
Sala Consilina Brusco UDC 26/03/02 assegnato
Sibaritide-Pollino Sibari di Cassano allo Ionio Geraci AN 06/11/01 assegnato
Amalfitana-Sorrentina Sorrento Perrotta FI 14/05/03 assegnato
Sulmona Battisti Margherita 19/09/02 assegnato
Sulmona Aracu FI 30/05/01 assegnato SI
Cilento-Vallo di Diano Vallo della Lucania Oricchio FI 05/11/01 assegnato
Castelli Romani Velletri Pepe FI 14/06/01 assegnato
Versilia Viareggio Ioannucci FI 16/04/02 assegnato
Isole minori Germanà

FI

29/04/02 assegnato
Alba-Bra Crosetto FI 29/10/03 da assegnare
Melfi Di Siena DS 15/10/03 da assegnare SI

Stefano Quaglia
Consigliere comunale della Margherita a Legnano

17 Nov 2003 Uniti per unire

NOI. Basta questa parola a sintetizzare la replica finale di Rutelli all’Assemblea Nazionale della Margherita di Bologna del 14 e 15 novembre 2003. Senza lasciare molto spazio alla fantasia sulla volontà di arrivare a concludere positivamente questo passaggio. E l’assemblea alla fine è con lui. A Bologna, A Napoli e a Roma le tre assemblee di Margherita, SDI e DS hanno ratificato in modo non liturgico l’intenzione di assumere un nuovo impegno nei confronti degli italiani.

Ma non è stata, almeno per la Margherita, solo un’assemblea che ha ratificato l’intenzione di andare alle elezioni Europee con una lista unica. Per la Margherita è stato il momento finale, anche se non ancora terminale, di un passaggio politico iniziato a marzo del 2002 a Parma.

Oggi, quasi in modo paradossale, ma senza timore di sbagliare, possiamo dire che la Margherita è un partito politico a tutti gli effetti, destinato a fare da locomotiva alla rinascita del Centrosinistra nel cammino verso la vittoria alle elezioni regionali e politiche, passando dalle europee.

Di questo quadro che potrebbe apparire oggi fin troppo ottimistico, se ne vedono già tutte le premesse e le potenzialità, anche se il vero lavoro di consolidamento è appena iniziato.

Un lavoro che necessariamente passerà dalla capacità di utilizzare fino in fondo tutte le potenzialità che i Circoli mettono a disposizione dei cittadini in termini di confronto e verifica, nello spirito del partito “leggero”. Infatti, parliamo comunque di un partito nuovo ed innovativo, non adagiato solo sul principio delle tessere, ma su quello del servizio e della partecipazione.

Detto questo, torniamo a NOI. Si è partiti dalla coda a raccontare questi due giorni di politica vera, perché il risultato è importante, fondamentale; ma ancora di più lo è descrivere come si sia arrivato a questo risultato, attraverso un confronto vero, deciso, perfino, in alcuni passaggi, spigoloso e quasi di scontro. Ma proprio da questo si capisce che la Margherita ha assunto la caratteristica di partito vero, dove ci si confronta, dove il dissenso può essere espresso ad alta voce ed accresce il valore complessivo della discussione.

Una cosa di importanza epocale si registra con l’affermazione che esisterà imcompatibilità tra la carica di parlamentare e di europarlamentare: un fatto nè banale né scontato.

Dobbiamo però fare un appunto per quanto riguarda gli interventi: sono stati tutti di parlamentari e di direttivi di partito, non è stata data voce alla base, e questo è stato un grave errore.

Chi temeva forse di trovarsi di fronte a dichiarazioni non allineate ha perso l’occasione di sentirsi dire anche da chi lavora in modo volontaristico e senza alcun ritorno personale che l’avanzare del nuovo trova convinto sostegno nella base del partito, che forse ha anche meno problemi del suo vertice ad approvare l’avvio di questo nuovo progetto.

In ogni caso, l’entusiasmo che è convintamente trapelato dagli oltre 2.000 delegati provenienti da tutta Italia ha esondato anche questa diga, e lo si è potuto percepire dai commenti dei delegati durante la breve pausa pranzo del sabato mezzogiorno.

Avanti tutta, dunque. Ci siamo messi sulle spalle un fardello pesantissimo, grande come l’Europa, la nostra grande casa comune nella quale da oltre cinquant’anni tutti gli autentici ed ispirati uomini politici che hanno a cuore il bene comune, la pace, la solidarietà, l’abbattimento delle frontiere, la libertà, la civile convivenza, la democrazia, lavorano per potervi abitare e per creare una nuova cultura, una nuova società, una nuova politica.

E, parafrasando il Manzoni, questa lista unica ora “s’ha da fare”.

Alessandro Berteotti
Consigliere comunale della Margherita a Busto Arsizio

4 Nov 2003 Milano ci sta stretta

Intervista a cura di Anselmina Cerella, pubblicata su "Il Giorno" del 02/11/2003.

E' una scelta di fronte alla quale ci troveremo prossimamente: la Città metropolitana nell'Altomilanese. Il nuovo ente andrebbe a sostituirsi alla Provincia di Milano (rimasta «orfana» di Monza e Brianza con l'istituzione della nuova provincia), con un governo coordinato e omogeneo per i comuni che hanno stretta affinità con il capoluogo. Vale la pena ridurre l'autonomia del comune di Legnano per entrare a far parte della Grande Milano? E' questa la domanda che abbiamo posto a Stefano Quaglia, consigliere d'opposizione da sempre molto sensibile sull'argomento. «Da un lato - ci dice il consigliere - è previsto il mantenimento dei comuni esistenti, dall'altro il sindaco della città metropolitana sarebbe dotato di poteri speciali, esercitando così qualsiasi funzione attribuitagli con legge statale o regionale, con il rischio che consigli e giunte comunali siano ridotti a esercitare un ruolo da consulta propositiva». «In realtà - prosegue Quaglia - Legnano e l'Altomilanese non hanno bisogno di un rafforzamento della dipendenza da Milano: è necessario che servizi, quali università e uffici pubblici, siano portati sul nostro territorio. La "grande Milano" dovrebbe essere limitata ai comuni più vicini al capoluogo, a questo effettivamente affini, senza dimenticare che, come prevede la legge, nel caso in cui la città metropolitana non coincida con il territorio della provincia, si procede a istituirne di nuove o ad aggregare i comuni restanti a province esistenti». Da dove nascono le perplessità? «E' necessario tenere presente - dice il consigliere - che non c'è soluzione di continuità fra Legnano e Busto Arsizio, queste città potrebbero entrare a far parte di una nuova provincia della quale facciano parte anche Gallarate e Saronno: un comprensorio di più di mezzo milione di abitanti». Per raggiungere questo obbiettivo, aggiungiamo noi, è comunque fondamentale iniziare un serio percorso di collaborazione intercomunale fra l'Altomilanese e il Basso Varesotto. Quali svantaggi potrebbero derivare da un distacco da Milano? «Un distacco da Milano non deve far temere - assicura Quaglia -: dopotutto quali vantaggi derivano a un cittadino legnanese dall'appartenere alla provincia di Milano piuttosto che a un'altra? Malpensa è la dimostrazione di un'infrastruttura che cresce solo per Milano senza benefici per chi vi abita intorno. Dobbiamo costruire il futuro del nostro territorio sul nostro territorio». La questione resta aperta e la vicinanza delle elezioni ne fa un campo di battaglia per entrambi gli schieramenti, che inizieranno a propagandare idee e soluzioni.

28 Ott 2003 Simbolo eterno di libertà fraterna

Che sia un integralista islamico ad elevarsi a difensore della laicità dello Stato è francamente paradossale. E spiega, a mio avviso,  la reazione - in alcuni casi altrettanto integralista - di  quanti, difendendo l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, ritengono di proteggere se stessi, le proprie abitudini, la propria civiltà, che è civiltà, non dimentichiamolo, dalle radici cristiane (non solo ma soprattutto cristiane): da queste radici l'Europa ha tratto linfa per elaborare il concetto di persona e per affermare il principio di tolleranza. "Soltanto una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche" (T. S. Eliot., citato  nel libro di G. Reale, Radici culturali e spirituali  dell'Europa, Raffaello Cortina  Editore).
In una fase come questa di grande sbandamento etico e culturale - prima ancora che politico e giuridico -, io fisserei due punti (il primo da cittadino, il secondo da credente).
1. Lo Stato può imporre la presenza nei locali pubblici dei simboli dell'identità nazionale italiana; può imporre la presenza della bandiera tricolore o del ritratto del Presidente della Repubblica che "rappresenta - come la Costituzione stabilisce - l'unità nazionale"; ma non può imporre la presenza di un simbolo religioso, senza contraddire la sua laicità. Può accettarne la presenza quando essa esprima un sentimento condiviso o quanto meno rispettato anche dal non credente. Vige in questo caso la regola dell'unanimità: se qualcuno si oppone,  lo si toglie.
2. La trasmissione del Vangelo non avviene per imposizione e il rispetto dell'altro appartiene, prima che al politically correct, al mistero stesso di Dio. I cristiani ormai sanno che il  pluralismo religioso dell'Europa di oggi e di domani non è una provvisoria sfortuna da cui pregare di essere liberati, ma la condizione concreta entro cui dar ragione della propria  speranza. Sanno, insomma, che alla spada sguainata da Pietro, Gesù preferì il cammino verso la Croce: voler di nuovo rendere obbligatorio ciò che è il segno radicale della gratuità, delle braccia spalancate verso tutti, sarebbe profondamente anti-evangelico. La Croce non va dunque imposta sul muro delle classi e degli edifici pubblici, e si può anche togliere senza tragedie laddove c'è. In ogni caso, rimane simbolo eterno di libertà fraterna, così eloquente da accogliere il bisogno di misericordia di chiunque.

Giovanni Colombo
Presidente nazionale della Rosa Bianca

22 Set 2003 Città metropolitana: rischio o opportunità?

L’argomento per ora è confinato in discussioni milanesi e in Commissioni Parlamentari, ma potrebbe toccare da un momento all’altro il nostro territorio dell’Altomilanese, e di conseguenza anche il basso Varesotto.

C’è un progetto “dormiente”: quello della città metropolitana di Milano. Ora non se ne parla, non è sicuramente un argomento di discussione per la strada e purtroppo tantomeno in molte stanze della politica. Ma la città metropolitana può essere istituita già ora, su iniziativa di Albertini e Colli o di chi verrà dopo di loro alla guida del comune e della provincia di Milano. Inoltre sono già stati discussi dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato i disegni di legge sull’istituzione della città metropolitana di Milano (DDL S. 1410), e sulle norme per la costituzione delle città metropolitane (DDL S. 1567).

Quali scenari si aprirebbero per Legnano se si istituisse la città metropolitana di Milano? Le maggiori conseguenze deriverebbero ovviamente dall’inglobamento o dall’esclusione della nostra città dalla nuova entità amministrativa.

Nel primo caso Legnano diventerebbe di fatto Milano. Questa situazione si tradurrebbe per la comunità legnanese in perdita di autonomia e di potere decisionale per le scelte la riguardano. Già nella situazione attuale Legnano è una comparsa su un palcoscenico che vede da una parte Malpensa e dall’altra il polo fieristico di Rho, e ci pare giusto riflettere se sia opportuno dare ancora più potere alla metropoli. Questo è il caso che si verrebbe a creare se venisse convertito il disegno di legge 1410 del Senato, che all’art. 8 dice testualmente: “Della Città fanno parte i comuni compresi, alla data di entrata in vigore della presente legge, nella provincia di Milano” (che sono complessivamente 188).

La seconda ipotesi potrebbe aprire una prospettiva interessante. Il T.U.E.L., la legge che disciplina la struttura degli enti locali, stabilisce che la città metropolitana, una volta istituita, acquisisca le funzioni della provincia; se la città metropolitana non coincide con la provincia si procede a formarne di nuove. Nell’ipotesi di una città metropolitana limitata ai 40 comuni ragionevolmente considerati come hinterland milanese, l’area di Legnano con quelle di Parabiago e Castano Primo potrebbe aprire un nuovo percorso amministrativo autonomo con Busto Arsizio e Gallarate, portando all’istituzione di una nuova provincia che avrebbe senso perchè corrispondente alla zona entro la quale si svolge la maggior parte dei rapporti sociali, economici e culturali della nostra popolazione. Questa è una situazione contemplata anche dal disegno di legge 1567 del Senato (norme per l’istituzione delle città metropolitane), che all’art.7 comma 3 dice: “Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 2, quando il territorio della città metropolitana non coincida con quello della preesistente provincia, il Governo, sentita la regione e con il consenso dei comuni interessati e previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, è delegato ad adottare un decreto legislativo che provveda alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali, con l’aggregazione dei comuni che ricadevano nella provincia soppressa a province già esistenti, o alla creazione di nuove province, nel rispetto dei criteri e degli indirizzi stabiliti dall’articolo 21, comma 3, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267”.

Ci chiediamo se la costituzione di una nuova provincia della quale facciano parte Legnano, Busto Arsizio, Gallarate e Saronno sia la soluzione migliore per il nostro territorio. In questo caso il lavoro da fare sarebbe veramente molto, anche perché le maggioranze che ci governano non danno il minimo segno di voler operare congiuntamente. I litigi non servono a nulla, e ci pare sia il momento che il dibattito esca dalle stanze degli addetti ai lavori e coinvolga tutti i cittadini, le forze sociali e la classe politica con il fine di costruire il migliore futuro possibile per il nostro territorio.

La redazione di margheritalegnano.it

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16 Set 2003 L'autorizzazione

Sono le 22 e 55 di sabato 6 Settembre, i motori sono spinti al massimo, il rumore è assordante e ci si aggiunge anche una voce femminile al microfono che dice qualcosa ma non si capisce…si capisce solo che è femminile.
In compenso accelerazioni e decelerazioni si susseguono: Schumacher o Culthard? Chi sta conducendo la gara?
Che bello: “acceleratore, freno, frizione, cambio marcia…i pistoni impazziti…l’esasperazione del motore. Ooohh, che goduria!
Autodromo di Monza?…No, Legnano Viale Toselli…la cosiddetta Piazza dei divertimenti…soprattutto per chi ci abita…
Dalle 2 del pomeriggio con una breve pausa per cena. Grazie! Alle 20.30 chiamo la Polizia Municipale. Gentile chi risponde, che alla declinazione delle mie generalità e del mio indirizzo anticipa:…”E’ per le moto, le macchine?”…Sì, ha indovinato, lei pensa che andranno avanti per molto? “Eh, guardi, lì c’è un’AUTORIZZAZIONE”…
E’ gentile l’interlocutore, dunque, non dispone alla polemica. Certo il pensiero è:…”C’è l’AUTORIZZAZIONE”! E con questo si chiude il discorso.
Che dire? Già c’è, per i residenti, il problema del Viale Toselli, ridotto ormai ad un’autostrada e, quando in autostrada entri e vedi che, in prossimità delle concentrazioni abitative, si sono eretti ripari antirumore, ti chiedi:…”E perché sul viale Toselli no?” Ma questo, riferito al traffico stradale quotidiano.
Evidentemente non basta. C’è l’AUTORIZZAZIONE… A che fare? Ad aggiungere inquinamento sonoro con una bella pista per moto o per fuoristrada…
Ma chi è che dà questa AUTORIZZAZIONE? E’ una domanda legittima? Boh! Oppure è solo tentativo di fare polemica? E’ molto probabile che possa essere preso così.
E allora pensi che tanto è inutile…che il cittadino in realtà non è cittadino ma sempre e ancora suddito perché tanto  c’è l’AUTORIZZAZIONE.
E pensi:…”Devi riconsiderare quella massima che dice che la…tua libertà finisce dove comincia quella dell’altro”…  Infatti:…la mia libertà di conversare con mia moglie, in casa mia, finisce dove comincia quella dei piloti o viceversa?”…
Alle 23 e 25 cessano i motori e si inserisce l’altoparlante con la voce femminile:…”Allora a domani, domenica, dalle 9 alle 21 tutti (??!) qui al Legnano  motor show…Ciao e buona serata (?!)”.
…Buona serata a chi?
Sono le 23 e 35, rombano ancora i motori…prima di andare a letto…è la “ninna-nanna”…come mi mancava!
E adesso posso addormentarmi…anche senza  l’AUTORIZZAZIONE!

Gian Franco Casati

17 Lug 2003 Legnano (VA)

Il titolo contiene volutamente un errore, ma la storia racconta che a fianco del nome della nostra città avrebbe potuto esserci VA anzichè MI. A distanza di decenni un dubbio può legittimamente sorgere: possiamo essere sicuri dell'opportunità di quella scelta, fatta allora, di rimanere con il capoluogo lombardo?
Quando si decise l’istituzione della provincia di Varese negli anni ‘20, Legnano, Busto Arsizio e Gallarate erano in provincia di Milano, e costituivano già allora una plaga fra le più importanti d’Italia. Che fare quindi? Gli interessi politici e economici di Milano non gradivano che queste città fossero consegnate in blocco alla nascente provincia di Varese; d’altro canto pare che i varesini avessero avanzato un’identica richiesta. Quindi il coniglio dal cilindro fu della serie “dividi et impera”: Legnano restò con Milano, mentre Castellanza, Busto Arsizio e Gallarate andarono sotto la giurisdizione di Varese. La stessa contesa sembra che toccò a Saronno.

La storia parla anche di un capoluogo di provincia che fu attribuito a Varese scippandolo a Busto Arsizio, a causa della fredda accoglienza che questa tributò a Mussolini durante una visita. Ma c’è anche un altro punto di vista secondo il quale un capoluogo di provincia a Busto Arsizio avrebbe ancor più sacrificato gli interessi di Milano: il confine provinciale a sud avrebbe dovuto spingersi ben oltre Legnano, quindi la spuntò Varese.
Immaginiamo per un attimo la città del Carroccio nella provincia prealpina, e subito i numeri ci dicono che Legnano sarebbe la terza città della provincia di Varese, preceduta da Busto Arsizio.
Nella provincia di Milano oggi Legnano è lì, in quella periferia a nord-ovest, con le sembianze di una piccola rispetto alle grandi città dell’hinterland metropolitano. E l’attenzione che la provincia le riserva è quella di una piccola fra le grandi.
Ma se è vero che l’unione fa la forza, proviamo a prendere esempio da due centri intorno a Malpensa: Lonate Pozzolo e Ferno. Questi stanno pensando di unirsi in un nuovo comune, ma ancor prima stanno collaborando su vari fronti per non essere succubi dello sviluppo dell’aeroporto.
Legnano non deve dimenticare che deve guardare a quella plaga da cui è stata apparentemente divisa con un confine provinciale, ma alla quale continua di fatto ad appartenere anche col passare degli anni. Quanti e quali progetti potrebbero sviluppare insieme Legnano, Castellanza, Busto Arsizio e Gallarate? Perchè non mettere in campo strumenti di cogestione dei servizi e, solo per fare un esempio, demolire quel muro che sta fra AMGA Legnano e AGESP Busto? Ci dicano i nostri comuni che cosa pensano di vendita del gas metano, di collaborazione fra le polizie municipali, di programmazione territoriale sui finanziamenti CEE. L’elenco potrebbe continuare, rilevando che gli unici accordi fra comuni sono quelli promossi da Castellanza. I piccoli centri ci stanno dando lezioni di collaborazione, impariamole in fretta e ragioniamo dunque alla luce di un comprensorio nel quale poco conta che da una parte sia MI e dall’altra sia VA.

Cominciamo dunque, nell’ambito della provincia di Milano, a chiedere l’istituzione del circondario di Legnano per contare di più. Dopo il parere favorevole del Consiglio comunale di Legnano nello scorso mese di marzo, ultimamente ha detto sì al circondario anche Rescaldina. Questa istituzione sarebbe un primo passo anche per una migliore collaborazione con il Varesotto. Senza dimenticare che se l’evoluzione dei fatti lo renderà giustificabile, potremo anche iniziare a pensare a una provincia di cui facciano parte Busto Arsizio, Legnano, Gallarate e Saronno. Senza nulla togliere ad altre realtà, le nostre città contano forse meno di altre che saranno elevate al rango di capoluogo di provincia? Ci riferiamo a Monza, Barletta - Andria - Trani e Fermo (quest'ultima su proposta dell'on. Tanoni della Margherita).

Stefano Quaglia
Consigliere comunale della Margherita a Legnano

16 Mag 2003 Verso il servizio civile nazionale

Dal 2005 verrà abolita la leva obbligatoria, non esisteranno più nemmeno gli obiettori di coscienza e ciò potrebbe provocare gravi disagi soprattutto nell'ambito di servizi verso le fasce deboli in cui essi attualmente si impegnano. Per ovviare a questa mancanza nasce con la Legge 64/2001 il Servizio Civile Nazionale, completamente volontario.

I giovani della Margherita legnanese ritengono che il cambiamento vada affrontato in modo positivo,come una sfida e opportunità per assicurare lo stesso servizio attualmente  prestato dagli obiettori ,e con una maggiore consapevolezza da parte dei volontari ed una valorizzazione dell'attività da essi svolta, importante per il valore educativo che porta lo scegliere liberamente di donare una parte della propria vita per gli altri.

Con la Legge 64/2001 non si può non sottolineare il fatto che si "istituisce" una nuova occasione di educazione alla "cittadinanza attiva" e con essa lo Stato riconosce che la difesa della Patria possa avvenire anche in ambito civile come difesa della qualità della vita dei suoi cittadini e quindi non solo come difesa armata da aggressioni esterne.

I punti cardine della legge sono: volontarietà della scelta, apertura alle donne, benefici per chi si impegna (in termini anche di rimborso mensile di circa 430 euro),apertura a soggetti diversi dallo Stato ne finanziamento dei progetti.

Il Servizio Civile  quindi non sarà più legato all'obiezione di coscienza ma alla libera scelta da parte dei giovani compresi tra i 18 / 26 anni di mettersi al servizio dei più deboli.

Il Servizio Civile si svolgerà all'interno di enti pubblici (Comuni, Province, Regioni, Aziende Sanitarie ecc) ed enti privati ( associazioni, organismi di volontariato, cooperative sociali, enti morali ecc) già convenzionati o in via di convenzionamento. Tali enti dovranno, per accedere alle possibilità offerte dalla legge, presentare progetti (sui criteri emanati Uff. Nazionale Servizio Civile) nei seguenti ambiti: intervento sociale (emarginazione, handicap, disagio, anziani),protezione civile, educazione e tutela ambientale, attività umanitarie all'estero.

Il Servizio Civile sarà quindi una scelta seria e non come a volte capitato in passato solo una "scappatoia" al servizio militare con grandi opportunità di coniugare l'impegno civico ad un percorso di formazione umana e sociale che può rilevarsi utile anche per l'accesso lavorativo.

Constatata la scarsa conoscenza della legge e delle opportunità che essa offre ai nostri coetanei , noi giovani della Margherita di Legnano riteniamo utile presentare un ordine del giorno, che impegna l'Amministrazione Comunale a favorire l'applicazione della nuova legge mediante una corretta ed efficace informazione.

Ci sembra questo il minimo che si possa fare per far conoscere, spiegare, supportare nella scelta di un impegno che è prezioso per la cittadinanza intera.

Lo scopo positivo che ci sembra di aver colto nella legge è quello di favorire un aiuto concreto alle persone bisognose e dall'altra parte una diffusione della cultura del volontariato,della solidarietà sociale, della tutela dei diritti sociali. I giovani con i loro valori e speranze hanno una grossa opportunità,un'esperienza di vita ricordando quanto scritto nel saggio "Davide e Golia" -ed.San Paolo :  "(…)Diciamo spesso che i giovani mancano di ideali e valori, non hanno più mete da raggiungere, che richiedano impegno e duro lavoro.Ebbene la solidarietà è la nuova frontiera del nostro tempo verso cui orientare le giovani generazioni".

In sostanza il documento impegnerebbe l'Amministrazione Comunale a sensibilizzare la cittadinanza di età compresa fra i 18 e 26 anni sugli obiettivi e le possibilità offerte dalla nuova legge. A ricercare con le dirigenze delle scuole superiori presenti sul territorio comunale una collaborazione per intraprendere iniziative tese alla sensibilizzazione delle attività previste dalla creazione del nuovo servizio civile nazionale fra gli studenti, spiegandone chiaramente le modalità di accesso. Ad incontrare le associazioni presenti sul territorio presso le quali operano attualmente gli obiettori di coscienza per poter procedere alla messa in rete delle necessità, dei progetti presenti e all'elaborazione d'iniziative finalizzate al mantenimento o all'espansione delle attività ad esse legate. A potenziare il servizio comunale d'informazione ed assistenza relativo all'istituzione del servizio nazionale civile con lo scopo di elaborare al più presto dei progetti concreti sui temi previsti dalla legge.Ad ottimizzare il ruolo degli obiettori di coscienza all'interno della struttura comunale finalizzandoli ai ruoli previsti dalla nuova normativa nazionale. A creare una rete organizzativo-informativa coordinata tra Comune ed enti che operano sul territorio,

riqualificando il "tempo libero" come tempo anche da poter in parte dedicare agli altri.

Al tempo stesso auspichiamo una maggiore collaborazione tra associazioni - cooperative e Comune in modo che sia valorizzata l' "anima solidale legnanese" e sia fatto fruttare al meglio il grosso impegno espresso da molti cittadini .

Riteniamo , proprio nello spirito della nuova legge, che possa essere utile , per allargare la base del volontariato e per alimentare una cultura  del volontariato anche presso chi non può  accedere al Servizio Civile nazionale, istituire una  sorta di Servizio Civile Comunale.

Questo nascerebbe sulla falsariga e con le motivazioni di fondo di quello nazionale, ma aperto a tutti, con una richiesta di impegno inferiore. Questo potrebbe contribuire a formare una consapevolezza maggiore, un senso di appartenenza alla nostra città ed un'attenzione ai bisogni di chi ne fa parte.

Il Servizio Civile Comunale darà  la certezza che il servizio incontri la realtà del territorio ed i veri bisogni, evitando dispersione dell'impegno e frustrazione del volontario.

Per attuare praticamente questo progetto ci sembra preziosa la partecipazione attiva delle associazioni  presenti sul territorio in collaborazione con il Comune, per questo non ci siamo spinti oltre nella definizione del progetto lasciandolo aperto a proposte e indicazioni delle stesse associazioni di volontariato.

I giovani della Margherita di Legnano - Circolo "Marcello Colombo"

15 Mag 2003 Chi comanda davvero a Legnano?

Articolo tratto dalla rivista "Polis Legnano", aprile - maggio 2003

Ma oggi chi comanda veramente a Legnano?
Analisi, preoccupata, della situazione. I personaggi più influenti e in vista, il ruolo dei cittadini e lo sguardo proiettato in avanti.

Chi comanda veramente a Legnano? Sicuramente non i cittadini: crediamo che nel dopoguerra mai sia sceso così in basso il livello di influenza che i cittadini, singoli o associati, hanno avuto sull’amministrazione civica. I riferimenti dei politici legnanesi sono altrove, nelle segreterie milanesi dei partiti, in chi gestisce candidature, finanziamenti e campagne elettorali. E così, i partiti cittadini sono asfittici o non esistono proprio, le associazioni trovano nella Giunta un ascolto annoiato, le lobby, una volta potenti, devono far sponda su Milano per arrivare a condizionare palazzo Malinverni.

Tale situazione di deficit di democrazia e di partecipazione è in larga misura conseguenza del profondo mutamento istituzionale degli enti locali avvenuto in questi anni, del quale purtroppo si sono valorizzati, e coerentemente attuati, solo gli aspetti aziendalistici e di deregulation.

RECENTI RIFORME

Per sé è da salutare positivamente l'introduzione nel sistema - a partire dalle leggi Bassanini (ma forse bisognerebbe risalire più correttamente alle note leggi n. 142/1990 e 241/ 1990 e alla legge del 1993 di riforma del sistema elettorale, con l'elezione diretta del Sindaco) fino al Testo Unico degli Enti locali (D.lgs. 267/2000) - di elementi di efficienza, flessibilità, di distinzione di ruoli tra il politico (che detta l'indirizzo amministrativo e stabilisce gli obiettivi) e la dirigenza burocratica (chiamata ad attuare gli obiettivi nella concreta azione amministrativa), di modernizzazione dell'apparato dei controlli (abolizione del Coreco, controlli interni non più formali sugli atti ma sostanziali sull'azione amministrativa), delle modalità di gestione dei servizi. Aggiungasi poi le riforme intervenute, solo per citare le più importanti, in materia di pubblico impiego, appalti di opere pubbliche, di edilizia e urbanistica, di espropriazione.

Ma, come detto, invece di modernizzare la macchina amministrativa comunale salvaguardandone la natura "politica" (ossia la realtà del Comune come ente rappresentativo della comunità locale e dunque partecipato e governato, mediante propri rappresentanti, dai cittadini), almeno nella nostra città si è goffamente tentato di trasformare il Comune in azienda (o, meglio, in holding di aziende) rispetto alla quale i cittadini sono degradati al ruolo di utenti: non più organizzati in "partiti politici" per "concorrere con metodo democratico a determinare la politica" locale (art. 49 Costituzione) ma in "comitati" appunto di utenti e consumatori per ottenere per sé e il proprio gruppo il servizio richiesto (ecco le lobbies, non necessariamente affaristiche e negative ma anche quelle positive: sindacati, chiesa, associazionismo, comitati vari, ecc.). E l'assenza della politica locale di effettivo "governo" spinge oltretutto le "lobby" a rivolgersi ai più potenti terminali politici milanesi.

Il tutto in una situazione dove le istituzioni comunali ormai ben poco governano e controllano. Il Consiglio comunale è ridotto, ad andar bene, a cassa di risonanza delle decisioni della maggioranza (o meglio delle decisioni prese in altri luoghi, fatte proprie dal Sindaco e dalla Giunta e presentate in Consiglio per la ratifica), quantomeno quelle che ancora passano al vaglio consiliare. Le opposizioni in Consiglio rischiano di essere del tutto irrilevanti, prive come sono di strumenti ed effettivi poteri di intervento, se non quello (l'unico rimasto) di presentare interrogazioni e interpellanze. Il Sindaco risulta una figura istituzionalmente molto forte e perno di ogni ipotesi di funzionamento virtuoso del sistema.

Ma come interpreta questo ruolo l'attuale primo cittadino di Legnano?

Ci pare senza grande strategia e progettualità (probabilmente non ritenuta utile), divenendo spesso una sorta di "difensore civico" (ossia peroratore di interventi) nei confronti del direttore generale e dei dirigenti, gli unici - di fatto e di diritto - che concretamente gestiscono le scelte amministrative in autonomia (forse troppa, almeno non sufficientemente verificata nel raggiungimento degli obiettivi). La Giunta infine rischia di trasformarsi nel luogo della "concertazione" tra i rappresentanti delle diverse lobbies che hanno sostenuto il Sindaco (così sono spesso ridotti gli assessori).

PAROLE D'ORDINE

A tutto questo si aggiunge la deregulation di settori importanti, come quello dell'edilizia (basta una d.i.a., ad esempio, per erigere dove si vuole, in deroga a qualsiasi previsione di piano, una stazione radio base o torri per antenne della telefonia mobile) e l'esternalizzazione dei principali servizi pubblici (si pensi, per fare solo un esempio, alla sempre più crescente quantità di lavori pubblici affidati in global service a società esterne - per Legnano, l'Amga -: vuol dire che il Comune non gestisce più neppure gli appalti). Detto questo, ben si capirà come il potere non abiti più effettivamente nei palazzi comunali (e, tanto meno, nelle sedi dei partiti).

Le riforme in sé possono essere considerate positive, ma purtroppo, a Legnano e non solo, si sono implementate le derive neo-liberiste, rischiando la consunzione e l'insignificanza dell'istituzione Comune. Così l'obiettivo di perseguire il bene comune si allontana...

"Se anche sparisse il Comune... per gli interessi primari della città non sarebbe un gran danno..." - pensa qualcuno. Ma allora, se i cittadini non comandano, chi esercita il potere, che, come è noto, non ammette "vuoti"?

Accanto, e grazie, al contesto istituzionale che sommariamente abbiamo passato in rassegna, vediamo a Legnano, quali persone, nel loro ruolo, effettivamente contano.

L'ASSESSORE

Di una cosa la città è certa: l'assessore all'Urbanistica e vicesindaco, Carmelo Tomasello, gestisce la sua fetta di legittimo potere sino in fondo, in stretto contatto con Milano e secondo canoni consolidati nella lunga storia amministrativa legnanese. Il nuovo Prg, che ha appena avuto l'ok dalla Regione, nonostante documenti mancanti o incongruenti, parrebbe non interessarlo nel suo insieme, ma in termini selettivi (su tutto questo si vedano gli interventi e gli approfondimenti pubblicati sui precedenti numeri di questo giornale): le norme tecniche, che regolano la città "esistente", le ha prese per buone nonostante risultino ingestibili e contraddittorie; le salvaguardie "fantasiose", i vincoli reiterati, certe volumetrie esagerate, la carenza di idee in materia di mobilità, la sparizione delle aree agricole ed industriali, la perdurante mancanza di proposte in materia di servizi (a proposito, il piano, appunto, dei servizi, atteso da mesi, che fine ha fatto?), sono cose che riguardano la città e non l'Assessorato.

Nulla fermerà il destino residenzial-commerciale delle aree ex Cantoni, ex Bernocchi, Pensotti di via Firenze, dell'enorme rettangolo tra via Liguria e la SP 12, destinato a surclassare l'Auchan, dei PL dell'Oltrestazione, del Campo Gianazza (destinato a palazzine dopo anni di promesse). Vi è poi il curioso caso della prevista area ospedaliera al confine con Dairago e Villa Cortese: è lì, sola ed isolata, palesemente inutile per trasferirci il nosocomio cittadino, ancora oggi oggetto di imponenti investimenti. E se anche qualcuno ci trovasse una qualche utilità, lo sfidiamo a trovare i soldi per cotanta impresa, se di ospedale pubblico si sta parlando. Se invece ipotizziamo interventi privati… allora il discorso cambia, ma questa ci sembra una questione prematura. Lasciamo al futuro.

IL DIRETTORE

Il resto del Comune beccheggia a vista, saldamente in mano al Direttore generale. Il dottor Conte avrà forse qualche difetto (qualcuno gli rimprovera un approccio eccessivamente volitivo), ma se la politica è più appassionata dai risultati dell'Inter che dal bene della città (per chi non l'avesse capito, la bonaria allusione è alla passione sportiva del Sindaco), qualcuno dovrà metterci pure una pezza, no?

Qualche assessore di recente inserimento sta cercando di compiere un salto di qualità, e in tutta buona fede crediamo che questo rappresenti un fattore positivo, ma temiamo per loro... gli eccessivi protagonismi, anche in positivo, non sono graditi dai veri sportivi.

IL PRESIDENTE

Ma i vecchi lavori pubblici, i cari appalti che hanno segnato pagine buie e gloriose della storia locale? Non interessano più? Tutt'altro. Oggi come ieri rappresentano una delle spine dorsali dell'amministrazione comunale. Ma sono stati, nei fatti, trasferiti in gran parte ad Amga, la ex municipalizzata da anni gestita da Giovanni Bianchi.

Negli ultimi anni Amga, con le sue partecipate Amga Service e Amtel ha acquisito di tutto e di più: ai tradizionali servizi di gas ed acqua, si sono affiancati i rifiuti la gestione dell'appalto calore, del patrimonio immobiliare, delle fognature, della manutenzione delle strade, della cura del verde pubblico, dello spazzamento neve... fino alla posa della fibra ottica per la trasmissione dati veloce. In vero non senza risultati. E tutto questo in un susseguirsi di creazioni di rami d'azienda, di scelta di soci privati cui affidare, per lunghi anni, pressoché tutti i compiti operativi, di acquisizione di servizi di ogni genere in vari comuni limitrofi e non. Un'Amga così scatenata non la si era mai vista, sprezzante nel lanciare sfide alla vicina Agesp (di Busto Arsizio), proprio quando l'intero settore punta al consolidamento dimensionale degli assetti societari per far fronte alla prossima concorrenza privata. Ma a Legnano le strategie sono ben altre, e soprattutto non sono né decise né discusse in Consiglio comunale, dove da tempo non arriva un documento programmatico degno di questo nome sull'arabescare di Amga nel mondo delle "utilities".

IL TECNICO

Ma c'è una quarta area di potere, un po' nascosta, che Legnano sta apprezzando negli ultimi anni. Si tratta di Euroimpresa, diretta dal dottor Ceccarelli. Fiore all'occhiello della città, soggetto e oggetto di infiniti convegni e presentazioni, pare abbia creato almeno 150 nuovi posti di lavoro (e non è poco). Soprattutto, ha condotto a Legnano flussi di finanziamenti europei milionari (in euro). Il problema è quanto resterà, negli anni, di questi interventi e di questi finanziamenti, e quanto risulterà disperso in studi e iniziative di breve periodo. Anche Euroimpresa sta infatti prendendo il vizio di fare un po' di tutto, compresa l'informatizzazione territoriale di Legnano e zona. Euroimpresa deve invece divenire lo strumento operativo e qualificato con cui Legnano e il Legnanese si pongono in diretta e paritetica relazione con le altre città dell'asse del Sempione per disegnare strategie di sviluppo di un territorio in profonda crisi "vocazionale". Ma un disegno di questo tipo non si ottiene e nemmeno si inizia solo con i finanziamenti Ue, peraltro importantissimi, né con il lavoro di abili funzionari. Ci vuole la politica, ci vuole la consapevolezza che il mercato, soprattutto oggi, soprattutto nella nostra zona, lasciato a se stesso non ci porterà da nessuna parte, o, forse, dove non vogliamo andare.

IL NON-PROGETTO

Sfidiamo un investigatore privato ad individuare un progetto coerente che muova ed unifichi le azioni fondamentali dell'attuale amministrazione civica. D'accordo che molto è routine, d'accordo che fare progetti è difficile, d'accordo che bisogna confrontarsi con la larga scala e che Milano è Milano; ma dopo cinque anni e mezzo di governo, con ancora quattro anni davanti, uno sforzo bisogna pur farlo! Qual è la Legnano che la Giunta Cozzi ha in mente? Una città commerciale e di attrazioni per il tempo libero, da godere in auto e da lasciare, sfatti, sul far del mattino? Una città di servizi alle imprese? Una città dormitorio? Una città residenziale, una curata periferia della metropoli? Un riferimento per i comuni circostanti, un capoluogo di provincia? Un po' di tutto in un festival di incoerenze? Noi non riusciamo proprio ad intravederlo, ne ci aiutano i più che generici e scolastici documenti programmatori. Intravediamo solo spunti, più o meno meritori, qua e là, ma nessuna linea unificante. E i quattro poteri "autonomi" che abbiamo descritto ne sono la dimostrazione più evidente. A meno che il progetto sia il non-progetto, cioè il credere che il mercato, liberamente in mano agli opportunisti di turno, scelga ogni giorno la cosa migliore per tutti. Una teoria un po' grezza a cui crediamo poco, ma, se così è, lo si dica. Il "progetto" della Giunta ne guadagnerebbe in dignità.

LE OPPOSIZIONI

In queste condizioni, esiste uno spazio di "manovra", di verifica e di impulso, per le opposizioni? Qualcuno pensa che non sarà difficile per il centrosinistra (la parte più consistente dell'opposizione legnanese) arrivare al governo della città, non appena calato un poco l'effetto di trascinamento di Berlusconi. Il problema semmai sarà quale città si troverà ad amministrare, in quali condizioni di degrado territoriale e civile, e con quale proprio, originale, progetto. Ma soprattutto il grave compito che dovrà affrontare, insieme alle forze vive della comunità, è di tipo culturale: ridare centralità alla politica, alla partecipazione dei cittadini, al progetto, al bene comune (non sembri un anacronismo), pur mantenendo le positive acquisizioni in termini di efficienza, efficacia e modernizzazione della struttura comunale. Ma c'è una sola condizione necessaria per arrivare a vincere e nel contempo limitare i danni del tempo presente: non avere paura di ascoltare la città e di parlarle. Anche alzando la voce, leggendo la realtà dell'oggi con i propri occhi, con un patrimonio di valori che affonda le proprie radici nella concretezza di una sinistra riformista, nella capacità amministrativa intrisa di solidarietà del cattolicesimo democratico, nella fantasia e nel coraggio delle esperienze civiche e ambientaliste degli anni '90.

Legnano ha bisogno di un'amministrazione che ritorni a lavorare per cercare coerenze, punti di incontro, soluzioni organiche ai problemi, progetti di miglioramento delle qualità cittadine. E i cittadini devono sentirsi rappresentati ma anche direttamente impegnati, così da creare nuove speranze, attivare risorse, decidere grandi progetti condivisi. Ricordandosi che la città è di tutti e che la politica deve essere per tutti.

POLIS

11 Apr 2003 Consiglio comunale, un ruolo da rilanciare

I consigli comunali, ma più in generale tutte le assemblee elettive, sono in crisi. Questa è la principale constatazione emersa durante il seminario per amministratori locali che si è tenuto lo scorso venerdì 4 aprile a Castellanza.
Il Testo Unico Enti Locali, che disciplina l’ordinamento dei comuni, pone dei paletti all’attività del consiglio comunale limitandone la competenza ad alcuni atti fondamentali, lasciando alla giunta tutto ciò che non riguarda il consiglio. Ecco che le assemblee elettive cittadine diventano dei “votifici”, chiamate nella maggior parte dei casi a ratificare decisioni già prese piuttosto che ad essere organi di controllo e di indirizzo politico – amministrativo, quali invece dovrebbero essere.

Il sindaco, poi, è sostanzialmente incontrastabile, e può mettere in disparte a suo piacere il consiglio comunale.
Quali azioni bisognerebbe intraprendere, dunque, per rilanciare il ruolo del consiglio comunale?
Non pare necessario ritornare al mero ruolo gestionale che i consigli avevano prima dell’istituzione della figura dei dirigenti comunali. Tuttavia, visto che l’attività decisionale dell’amministrazione civica è costituita in gran parte da determinazioni dirigenziali e deliberazioni di giunta, sarebbe utile attribuire al consiglio comunale la facoltà di discutere ed eventualmente bloccare gli atti dirigenziali e dell’esecutivo. Un potere che ai parlamentini civici non dovrebbe mancare, visto che sono diretta espressione del corpo elettorale.
Poiché in molte città è evidente che non esista la volontà politica di mantenere sullo stesso piano sindaco e consiglio, bisognerebbe fare un passo indietro liberando le assemblee civiche elettive dai vincoli ora imposti dalla legge. Al consiglio comunale dovrebbe essere garantita funzione propositiva e voce in capitolo in tutta la sfera di governo della città. Non si tratterebbe quindi di ridurre le competenze di sindaco, giunta e dirigenti, ma solo di permettere al consiglio comunale di essere fino in fondo organo di controllo e indirizzo.

Stefano Quaglia
Consigliere comunale a Legnano - Gruppo Margherita

2 Apr 2003 Il crocefisso nelle aule

C’è da chiedersi perché molti temono che il crocefisso torni al suo posto.
Non si tratta di accendere la miccia di una guerra di religione, né di affermare una supremazia della cultura cattolica sulle altre.
Si tratta di affermare che questa cultura c’è, che non si può pensare al futuro, ad un’integrazione di culture diverse, senza conoscere la propria storia e soprattutto senza amarla.
Il crocefisso NON è un simbolo contro qualcuno, la croce non è “segno di prepotenza” come è stato scritto (vedi “Il Manifesto”), Cristo non ha fatto uccidere, ma si è sacrificato. Pertanto il crocifisso non può offendere nessuno, tanto meno, chi non si riconosce in tale simbolo. Chi viene nel nostro Paese, non può chiederci di ripudiare la nostra storia, non può offendersi perché sono presenti i simboli della nostra cultura, se lo fa si comporta da persona intollerante.
Del resto la cultura e la tradizione Italiana ed Europea, non si spiegano, se non a partire dal cristianesimo che ha impregnato ogni pagina della nostra storia.
Credenti o no, non possono negarlo.
Il rispetto degli altri non può passare attraverso la cancellazione della nostra identità, dei simboli che ne fanno memoria; quel Cristo in croce, non sarebbe altro che un uomo morto, se non ci fosse stata la risurrezione, un uomo caduto martire per le sue idee non può offendere nessuno.
Per chi invece crede è un Dio, fattosi uomo, che ha scelto di morire per dare al mondo una speranza.

ALCUNE OSSERVAZIONI SULL’IDEA DI TOLLERANZA

Visto quanto accade nel mondo, vista la spirale di odio che inevitabilmente la guerra genera, si sente sempre più spesso parlare di tolleranza. L’idea di tolleranza che circola rischia però a volte di essere essa stessa la radice di tutte le intolleranze. Infatti, ciò che in molti casi viene perseguito come tolleranza è l’eliminazione, la soppressione delle differenze, non la capacità di accogliere e valorizzare l’altro. Pertanto, secondo questa cattiva idea di tolleranza, io, di fronte all’altro, sono tollerante nella misura in cui rinuncio a mostrare ciò che caratterizza la mia fede, ciò che distingue la mia esperienza di fede dalla sua, ciò che in generale reputo vero. Ultimamente sono tollerante solo se rinuncio a vivere a pieno la identità (vedi la discussione sulla opportunità di appendere o meno il crocifisso in classe).
Quanto Maritain dice riguardo a questo modo equivoco di di parlare della tolleranza è estremamente significativo: “Non c’è tolleranza reale e autentica se non quando un uomo è fermamente convinto di una verità, o di quella che ritiene una verità, e quando, nel medesimo tempo, riconosce a quelli che negano questa verità il diritto di esistere e di contraddirlo e quindi di esprimere il loro pensiero, non perché siano liberi nei confronti della verità, ma perché cercano la verità a modo loro e perché rispetta in essi la natura e la dignità umana e quelle risorse e quelle sorgenti vive dell’intelligenza e della coscienza che li rendono, in potenza, capaci di attingere anche loro la verità, che egli ama, se un giorno arriveranno a vederla” (J.Maritain, Tolleranza e verità, in Il filosofo nella società.
La stessa esperienza cristiana, quando è vissuta autenticamente, non può che generare uno sguardo capace di accogliere e valorizzare l’altro, perché essa si radica nella consapevolezza che ciò che la differenza da ogni altra esperienza religiosa, non è frutto di una lettura più geniale del fenomeno religioso stesso, che porrebbe il cristiano su di un piano superiore, quanto piuttosto dell’iniziativa assolutamente gratuita di Dio che si fa incontro all’uomo.

CHE COSA È IL DIALOGO

Non sempre il dialogo è facile. Per i cristiani, però, la paziente e fiduciosa ricerca di esso costituisce un impegno da perseguire sempre. Contando sui doni ricevuti, essi restano sempre aperti e accoglienti verso quanti professano altre religioni. Senza smettere di praticare con convinzione la propria fede, cercando il dialogo anche con chi cristiano non è. Essi tuttavia sanno bene che per dialogare in modo autentico con gli altri è indispensabile una chiara testimonianza della propria fede.
Questo sforzo sincero di dialogo suppone, da un lato, l’accettazione reciproca delle differenze, e talora persino delle contraddizioni, come pure il rispetto delle libere decisioni che le persone assumono secondo la propria coscienza. È quindi indispensabile che ognuno, a qualsiasi religione appartenga, tenga conto delle inderogabili esigenze della libertà religiosa e di coscienza.
Esprimo l’auspicio che tale solidale convivenza possa avverarsi anche nei Paesi in cui la maggioranza professa una religione diversa da quella cristiana, ma dove vivono immigrati cristiani, che purtroppo non sempre godono di una effettiva libertà religiosa e di coscienza.

Mario BOMBELLI

19 Mar 2003 Chiamati ad essere "sentinelle della pace"

Messaggio del Cardinale Arcivescovo a tutte le parrocchie della Diocesi a seguito del convegno "Pacem in Terris. La posizione della Chiesa sulla pace" del 16 marzo scorso.
Si invitano i delegati al convegno a leggere questo messaggio durante le SS. Messe di domenica 23 marzo ed eventualmente a distribuirlo ai fedeli.

 

Carissimi,

come sapete, domenica scorsa abbiamo celebrato a Milano il Convegno diocesano “Pacem in terris. La posizione della Chiesa sulla pace”. Il momento che abbiamo vissuto ci impegna ora a continuare e a rilanciare un cammino di pace.
Sento per questo il bisogno di riproporre a tutti l’appello del Papa ad essere «sentinelle della pace, nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo», vigilando «affinché le coscienze non cedano alla tentazione dell’egoismo, della menzogna e della violenza» (All’Angelus del 23 febbraio 2003).

Per essere autentiche “sentinelle della pace”, dobbiamo lasciarci guidare dalla voce della coscienza, nel suo compito di discernimento e di decisione operosa.
La voce della coscienza ci chiede di “discernere”, ossia di riconoscere e giudicare, nella verità, i valori e le esigenze delle persone e dell’ordine sociale. Esprimiamo, dunque, un “sì” convinto alla pace e a tutto ciò che è necessario perché si realizzi e, insieme, un “no” deciso a quanto la turba o la distrugge. Per non cadere, però, in uno scorretto pacifismo, è necessario:

  • educare la propria coscienza, conoscendo e approfondendo la dottrina sociale della Chiesa sulla pace e sulla guerra;
  • evitare ogni reazione emotiva e irrazionale di fronte alle posizioni che emergono su questi problemi;
  • essere attenti e critici nei confronti delle possibili manipolazioni della verità da parte dei mass media.

La voce della coscienza ci spinge anche ad “agire”. È necessario impegnarci a “fare” opere di pace. Sì, la pace va fatta: in casa, nella scuola, sul lavoro, in ogni ambiente della vita sociale, a livello politico, in ambito nazionale e internazionale. Va fatta da tutti, nessuno escluso, perché la pace – oltre che dai responsabili dei popoli e delle nazioni – dipende anche da ciascuno di noi! Seminiamo, dunque, “gesti quotidiani di pace”, coltivando atteggiamenti di sincerità, di stima e di accoglienza dell’altro, di pazienza e di generosità, di amore e di perdono.

Per essere “sentinelle della pace” come discepoli del Signore che testimoniano la novità cristiana, ci è chiesto di lasciarci guidare da una coscienza illuminata dalla fede e animata dalla carità.
Riconosciamo, allora, che la pace è “dono” di Dio, comunicata agli uomini mediante la Croce e il sangue di Gesù, “nostra pace”. Questo stesso “dono” oggi lo ritroviamo e lo incontriamo nella Chiesa e, in particolare, nell’Eucaristia. Continuiamo, dunque, ad attingere dalla celebrazione eucaristica, soprattutto domenicale, la grazia che ci rende persone pacificate e che sanno diffondere pace.
La pace è sì dono di Dio, ma è un “dono affidato agli uomini”. Viviamo, perciò, la “missione”, consegnata a tutti noi cristiani, di annunciare, celebrare e testimoniare il “Vangelo della pace”:

  • annunciamolo, facendo risuonare sempre la parola della pace, anche quando sembra venir meno la speranza di poterla realizzare;
  • celebriamolo nell’Eucaristia e mediante una preghiera umile, fiduciosa e insistente, che invoca dal Signore il grande dono della pace;
  • testimoniamolo, con una carità concreta e operosa, sempre pronta a perdonare, riconciliare e far crescere la comunione nei rapporti tra le persone, in famiglia, negli ambienti di vita e nella stessa comunità cristiana. 

Carissimi, essere “sentinelle della pace” è un compito impegnativo e, spesso, non privo di tante difficoltà. In questo compito, però, una certezza ci accompagni e ci sostenga: non siamo soli! Con noi c’è lo Spirito di Dio! È lui il vero e grande protagonista dell’edificazione della pace! Lasciamoci, dunque, guidare e animare dallo Spirito di Gesù per essere autentici “operatori di pace”.

E se, nonostante tutto ciò, dovesse scoppiare la guerra? E se questa guerra venisse dichiarata e condotta a dispetto del diritto internazionale e di ogni principio morale?
In questa ipotesi deprecabilissima – che speriamo sempre non si verifichi –, che ne sarebbe delle indicazioni di questo messaggio? Dovremmo forse perdere la fiducia e abbandonarci alla delusione perché tutti i tentativi di scongiurare la guerra sono falliti e la nostra stessa preghiera sembra non essere stata esaudita?
No, carissimi! Anche in questa gravissima e inaccettabile situazione, dovremmo continuare ad essere “sentinelle della pace”! Proprio in tempo di guerra, infatti, la missione delle sentinelle si fa più preziosa e necessaria. Da sentinelle vigili e accorte, dovremmo dunque:

  • condannare questa guerra e chiedere che finisca, utilizzando anche ogni mezzo democratico per far sentire la nostra voce e incidere sull’opinione pubblica;
  • continuare a praticare il dialogo e il perdono, nella convinzione che essi hanno un valore giuridico e politico anche nei rapporti tra gli Stati;
  • non perdere mai la fiducia nel Signore, ma rinnovarla ancora di più, intensificando l’impegno della preghiera, della penitenza e della carità;
  • convertire il nostro cuore e intercedere perché si converta il cuore di quanti non hanno fatto abbastanza per evitare la guerra e di quanti l’hanno caparbiamente voluta.

Su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie e sulla vostra parrocchia, invoco di cuore la grazia e la benedizione di Dio. Il Signore rivolga il suo volto su di voi e vi doni la sua pace! La doni – la ridoni! –, in particolare, al Medio Oriente! La doni ad ogni uomo! La doni al mondo intero!

Milano, 17 marzo 2003. 

Il vostro Arcivescovo
+ Dionigi card. Tettamanzi

14 Mar 2003 Riflessione del Card. Martini sulla pace

Card. CARLO MARIA MARTINI

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GERUSALEMME, Quaresima 2003.

Sono passati sei mesi da quando ho terminato il ministero attivo come Arcivescovo e in molti mi domandano, anche solo implicitamente, le ragioni del silenzio "sabbatico" tenuto in questo periodo,invitandomi a romperlo in qualche occasione particolare.
Vorrei anzitutto precisare che non si tratta di un silenzio che si potrebbe un po' definire come "dispettoso" (cioè di chi si tira fuori dai problemi con senso di superiorità o di sufficienza), né del silenzio detto "ossequioso", quello cioè di chi ha paura di disturbare autorità politiche o ecclesiastiche:si tratta di un silenzio che vorrei definire "rispettoso", che tiene conto cioè della mia nuova situazione di vita, del mio abitare in parte a Roma e in parte a Gerusalemme e degli equilibri delicati che tutto ciò comporta. Ma vorrei definirlo al meglio un silenzio "sabbatico", ricordando quelle parole che noi sacerdoti anziani citiamo ancora della Bibbia latina "sabbato quidem siluerunt secundum mandatum" (Lc 23, 56) dove la Bibbia della C.E.I. traduce "il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento":  che è poi quel medesimo antico comandamento che impone, per la sanità stessa dell'uomo e in ordine al servizio dell'Altissimo, l'alternarsi di lavoro e di riposo, e quindi anche di parola e di pause di silenzio.
Ma vi sono pure occasioni e situazioni che invitano a fare eccezione a questa regola, per ragioni gravi. E terribilmente grave è certamente la situazione delle attuali minacce alla pace e delle violazioni della pace, messe in questi giorni ancora più in rilievo da grandi e corali desideri di pace.
Ci si deve certamente rallegrare di questa grande, spontanea, diffusa, praticamente unanime volontà di pace. Vi è in essa un riflesso del desiderio di quella pace che è dono di Dio, della pace offerta a Betlemme agli uomini che Dio ama. Questa volontà e questa ansia di pace, che totalmente condividiamo, ci spingono però a ricordare tre cose.

La prima è che la pace ha un costo.  Mi diceva un amico qualche tempo fa, parlando della sua esperienza come straniero in una società travagliata da conflitti:  questa società, nelle sue espressioni migliori, vuole sinceramente la pace, ma non sa decidersi a pagarne il prezzo. Va infatti ricordato che persino quel fiore raro e prezioso del Vangelo che talora viene chiamato (con una semplificazione terminologica) "non violenza", ha un prezzo preciso:  "a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello" (Mt 5, 40). Ciò significa che bisogna essere disposti a pagare un prezzo e a rinunciare anche a qualcosa a cui si avrebbe pure diritto. Non basta dunque invocare la pace:  bisogna essere disposti a sacrificare anche qualcosa di proprio per questo grande bene, e non solo a livello personale ma pure a livello di gruppo, di popolo, di nazione.
Una seconda cosa che menzionerei è che la pace non è mai un edificio solido, costruito compatto una volta per tutte, ma somiglia piuttosto ad una tenda, ad un castello di sabbia, da custodire e da ricostruire sempre con infinita pazienza ("settanta volte sette" direbbe Gesù, cfr Mt 18, 22).  In altre parole, non è sufficiente rifarsi soltanto a considerazioni etico-politiche (chi ha ragione, chi ha torto, chi è l'aggressore, chi è l'aggredito, l'uso della legittima difesa, l'eventuale possibilità di una guerra giusta ecc.). Occorre avere il coraggio di proclamazioni profetiche, che tengano conto della precarietà e peccaminosità della situazione umana storica.
Infatti la prima e perenne difficoltà nella costruzione della pace nella città degli uomini risiede in un dato antropologico che la Bibbia ricorda fin dalle prime pagine e cioè che "l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza" (Gen 8, 21). Ogni volontà costruttiva della pace si scontra con la ineludibile aggressività umana, col desiderio insito in tanti di noi, persone e gruppi, di possedere ciò che è dell'altro, di avere più dell'altro, meglio dell'altro, togliendolo, se non c'è altro mezzo, anche con la forza. Tutto ciò costituisce una dimensione tragica dell'esistenza che non è lecito ignorare, fare come se non esistesse. In questo senso la sola e astratta sollecitazione di atteggiamenti belli ma carichi di utopia, senza inserirli nel contesto reale della struttura, dei bisogni e delle miserie umane, minaccia alla fine la causa stessa della pace.
Non per niente una delle tradizioni bibliche più antiche dice che la prima città fu fondata da Caino, allo scopo certamente anche di contenere e arginare quelle  aggressioni  scatenate che  alla fine avrebbero potuto uccidere lo stesso Caino (cfr Gen 4, 17).
Il conflitto, l'uso della forza, la possibilità dello scatenarsi della violenza, sono dati di cui si deve tener conto nel programmare la vicenda umana, ciò che è compito soprattutto dei politici.  È perciò inevitabile, per la pace di questo mondo, ideale sommo e sempre da perseguire con indomito coraggio, ritessere continuamente le fila di una concordia che non si illuda di sradicare del tutto l'aggressività, ma che si proponga il compito, più modesto ma insieme più realistico, di moderarla fino al punto da preferire talora anche un compromesso, in cui ciascuno debba concedere qualcosa a cui avrebbe teoricamente diritto, in vista del superamento di una litigiosità violenta e senza fine. Si tratta cioè di superare il solo punto di vista etico-politico per accedere a quel profetico "porgi l'altra guancia" (cfr Mt 5, 39) che non crediamo sia così utopico come sembrerebbe a prima vista.
La difficoltà perenne di una politica della pace (che sarà sempre una pace fragile e minacciata) sarà infatti proprio nella determinazione del punto di equilibrio tra le ragioni delle parti in causa e le possibilità pratiche di gestirle senza conflitto violento, in una sana dialettica che conduca tutti i contendenti alla rinuncia di qualcosa di proprio in vista della ricerca del maggior bene comune concretamente realizzabile qui e ora.
La terza verità da ricordare è che, per tutti i motivi detti sopra, una pace seria e duratura, là dove persistono ragioni gravi di conflitto, ha sempre un po' del "miracoloso", dell'improbabile, del "dono dall'alto" ("Vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi", Gv 14, 27) e perciò chi crede in Dio la deve chiedere nella preghiera con tutte le forze e anche chi non crede la deve invocare dal fondo della propria coscienza pronto a sacrificarsi con tutto se stesso.  Occorre cercare la pace possibile e intercedere per essa con quella instancabilità con cui pregava Gesù nell'orto degli Ulivi "ripetendo le stesse parole" (Mt 26, 44), con quella costanza, perseveranza, creatività e tenacia di cui ci dà esempio Papa Giovanni Paolo II.
Come afferma il Concilio Vaticano II, la pace (che è molto di più che non l'assenza di guerra o la presenza di un fragile armistizio) è il dono che va invocato e ricercato con l'aiuto di tutti:  "La pace terrena che nasce dall'amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana da Dio Padre" (Gaudium et spes, n. 77).
Di qui si può anche intendere il senso vero e profondo del famoso e sapiente detto biblico "opus iustitiae pax" (cfr Is 32, 7):  "effetto della giustizia sarà la pace". Sì, la pace non può che essere frutto della giustizia, ma la pace di questo mondo non sarà soltanto il risultato di una giustizia mondana perfetta, che non si avrebbe mai nelle attuali aggrovigliate condizioni storiche, ma frutto di quella giustizia che è al momento ottenibile anche a prezzo di sacrifici e rinunce di singoli e di gruppi in vista di un bene comune più alto e condiviso . La pace perciò alla fine è opera di una giustizia che partecipa della giustizia divina, di una giustizia cioè che è anche perdonante, misericordiosa, riabilitante, capace di dimenticare i torti subiti.

L'Osservatore Romano - 12 Marzo 2003

8 Mar 2003 Le donne per una cultura di pace

Mai come in questi ultimi tempi le donne sono scese in piazza per difendere il diritto alla pace; giovani, meno giovani, imbronciate, sorridenti, preoccupate, hanno sfilato nei cortei,  sventolato bandiere, rivendicato fiduciose la pace.
E proprio per ribadire il diritto ad una cultura di pace, vorrei ricordare  AMINA LAWAL e la sua assurda condanna.
… L'altra notte ho visto come lapidano la gente secondo la
Sharia.

La differenza tra uomini e donne è che le donne vengono sì
imbavagliate e avvolte in un telo e sotterrate fino al busto, ma per loro si ha l'attenzione di sotterrare anche la zona del seno, perché è zona da non colpire o sfiorare…

Una folla impazzita sfascia quindi loro esclusivamente la testa.
Si può combattere, vincere, tanta ignoranza?
Rimangono solo trenta giorni di tempo.

Se il ricordo dell’otto marzo  non è solo una formalità da sbrigare o una scusa per fare festa,  fermiamoci un po’ di più a  leggere o rileggere la storia di Amina,  a riflettere su ogni singola e agghiacciante parola,  a ricordare che non molto lontano da qui,  donne – e anche  uomini  -   continuano  a morire,  ammazzati dall’ignoranza e dal fanatismo.
Manca solo un mese e poi verrà lapidata. Con Safyia ha funzionato.
Grazie.

Per favore, andate sul sito di Amnesty  International
http://www.amnesty.it/primopiano/nigeria.php3

Rosa Romano

18 Feb 2003 Poesie di pace
"PACE - PEACE"
 
         " O vecchio, a te piaccion sempre discorsi interminabili,
            come una volta, in pace : ma è sorta una guerra orrenda.
            Già molte volte io fui nelle battaglie degli uomini,
              e mai vidi un esercito simile, così grande! "
        
                                                      Omero
 
La guerra che verrà
non è la prima. Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente ugualmente.
 
Bertolt Brecht
(1898-1956)
 
 
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco,alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto : eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore,senza Cristo.Hai ucciso ancora,
come sempre,come uccisero i padri,come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi".E quell'eco fredda,tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate,o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra,dimenticate i padri :
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri,il vento,coprono il loro cuore.
 
Salvatore Quasimodo
(1901-1968)
 
 
PROMEMORIA
 
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi,studiare,giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
 
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi,dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
 
Ci sono cose da non fare mai,
nè di giorno nè di notte,
nè per mare nè per terra:
per esempio,la guerra.
 
Gianni Rodari
(1920-1980)
 
 
Se viene la guerra
 
Se viene la guerra
non partirò soldato.
 
Ma di nuovo gli usati treni
porteranno i giovani soldati
lontano a morire dalle madri.
 
Se viene la guerra
non partirò soldato.
 
Sarò traditore
della vana patria.
 
Mi farò fucilare
come disertore.
 
Mia nonna da ragazzino
mi raccontava:
"Tu non eri ancora nato.Tua madre
ti aspettava.  Io già pensavo
dentro il rifugio osceno
ma caldo di tanti corpi,gli uni
agli altri stretti,come tanti
apparenti fratelli,alle favole
che avrebbero portato il sonno
a te,che, Dio non voglia!,
non veda più guerre".
 
Dario Bellazza
(1944-1996)
 
 
   Soldati   
            
 Si sta come
   d'autunno
   sugli alberi
     le foglie
 
Giuseppe Ungaretti
(1888-1920)
 
 
 
" E' un peccato che noi teniamo conto delle lezioni della vita solo quando non ci servono
   più a niente".
 
      Oscar Wilde, scrittore irlandese
                  (1856-1900)
 
" L'intelligenza è un capitano sempre in ritardo in una battaglia.
   E che dopo la battaglia discute."
 
       Lèon-Paul Fargue, poeta francese
                      (1876-1947)

(a cura di Rosa Romano)

11 Feb 2003 Riflessioni sulla guerra
Vorrei esprimere pubblicamente la mia adesione alla manifestazione per la pace che si terrà sabato a Roma, in concomitanza con quelle in molte città del mondo. Si prevede una grande partecipazione: aumenta di giorno in giorno la contrarietà alla guerra all’Iraq. Più si avvicina più spaventa, perché appare per quello che è, un affare o un’ossessione esclusivamente americana destinata ad aggravare ulteriormente la situazione già drammatica del Medio Oriente.
La guerra inietterà altra follia e disperazione nelle vene di quella zona del mondo. Abbatterà la dittatura di  Saddam Hussein ma  non risolverà il problema del terrorismo internazionale, al contrario alimenterà il fondamentalismo islamico e l’odio e il risentimento nei confronti dell’Occidente. Causerà centinaia di migliaia di vittime innocenti, moltiplicherà le sofferenze dei bambini. Con tutta probabilità provocherà l'inasprimento del conflitto israeliano-palestinese. Foraggerà, questo sì, i produttori di armi e servirà alle nuove strategie espansionistiche dell’industria petrolifera americana.
C’è un dato che trovo assurdo: che la civiltà occidentale - di cui ci sentiamo parte viva - continui ad investire così tante risorse umane e finanziarie in opere di morte, che utilizzi la sua intelligenza per arrivare a elaborare e sostenere una teoria incredibilmente rozza come quella della "guerra preventiva". 
L'’ordine che arriva dall’amministrazione americana è di convertirsi all’intervento armato per azzerare qualsiasi minaccia supposta o futura, riscrivendo di conseguenza le regole che dal secondo dopoguerra ad oggi hanno retto le sorti del mondo e i rapporti tra le nazioni. La miglior difesa è un buon attacco. Colpire per primi un nemico potenziale non è aggressione ma autodifesa. E’ la mentalità e la tecnica dei pistoleri del west applicata su scala mondiale. E’ la traduzione in norma internazionale del principio rivendicato dalla destra americana circa il diritto di ognuno a portare le armi: "spara per primo, se lui ti guarda storto, se sospetti che possa farti del male".
La guerra preventiva è anche perpetua. Oggi in Iraq, domani in Corea, dopodomani chissà. Dura fino alla vittoria globale, quindi il termine si allontana all’infinito. Quando ci sarà mai la certezza di aver eliminato dalla faccia della terra l’ultimo fondamentalista islamico, l’ultimo kamikaze?
L’Occidente non può continuare a tradire la parte migliore di se stesso. L’Occidente, che ha fatto della difesa della vita il proprio valore supremo spendendo milioni di milioni per tenere in vita i malati terminali o i bambini prematuri, non può ritenere "necessari" massacri di migliaia di innocenti. L’Occidente, che ha fatto della pazienza del diritto il proprio stile di convivenza civile, non può cedere alla fretta degli ultimatum e delle armi. Se attorno a me vi sono terroristi, chiedo alle forze dell’ordine di intervenire in maniera dura ma anche in forma controllata e limitata allo stretto necessario. E ai colpevoli non verrà applicata la pena di morte. Se sono circondato da persone armate fino ai denti, chiederò una vigilanza ferrea e la distruzione degli arsenali, ma non mi metterò a sparare all'impazzata. Perché non continuare a sperare che le categorie che valgono per il livello micro funzionino anche al livello macro? Che sia possibile mitigare la violenza a livello mondiale così come abbiano imparato a mitigare la violenza tra le persone in ambito nazionale?
Questa non è un’utopia cattomunista papista terzomondista! E’ lo spirito dell’Occidente, lo spirito di Erasmo da Rotterdam, lo spirito che ha animato i nostri Costituenti nel momento della stesura della Carta Costituzionale. Oggi lo spirito è debole, ma non spento. Con l’impegno di molti può tornare a soffiare forte.

Giovanni Colombo
Presidente della Rosa Bianca
Consigliere comunale a Milano

10 Gen 2003 Un'occasione sprecata

E’ stato adottato in sordina il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), che è un atto fondamentale finalizzato a promuovere e indirizzare lo sviluppo del territorio della provincia.
L’Amministrazione provinciale di centrodestra ha già sminuito l’efficacia del PTCP: dopo aver annullato quello redatto nel 1999 dalla Giunta di centrosinistra guidata da Livio Tamberi, ha varato un Piano la cui attuazione è demandata ai singoli Piani Regolatori Generali, quindi alla volontà di ogni comune.
La qualità della vita della popolazione dipende anche dal funzionamento di tutto l’organismo provinciale e dalla sua pianificazione d’insieme: basta pensare alla mobilità e ai trasporti pubblici intercomunali, ambiti nei quali è impensabile che ogni comune possa fare di testa sua.
Il nuovo PTCP è stato ancora più privato dei suoi scopi dall’Amministrazione comunale di Legnano. Il Piano consentiva che vi fosse un mese di tempo a partire dallo scorso 13 novembre per proporre osservazioni, ma un atto così importante, anche per la valorizzazione delle specificità locali dell’area legnanese, non è nemmeno passato dal Consiglio comunale. L’assemblea cittadina aveva il diritto di formulare osservazioni al PTCP da sottoporre al Tavolo del Legnanese, formato da Legnano e dai comuni della zona. La nostra Amministrazione comunale vi ha partecipato senza coinvolgere le minoranze e sostanzialmente avallando le scelte centralistiche di metodo della Provincia. Un modo d’agire davvero curioso e opposto a quello attuato in occasione del PTCP 1999, quando il Sindaco Cozzi accusò la Provincia di voler comandare a Legnano, definendo il PTCP una sorta di diktat con cui si volevano imporre vincoli, dall’alto, sul territorio cittadino.
La Giunta Cozzi non si è preoccupata di far conoscere il Piano ai cittadini, quando l’obiettivo politico del PTCP dovrebbe essere quello di attuare la più ampia partecipazione sociale alla sua formazione, mantenendo comunque il ruolo decisionale delle istituzioni elettive. Queste ultime a Legnano non sono state minimamente coinvolte, al punto che la Commissione consiliare Territorio è stata convocata per la discussione del PTCP solo dopo la richiesta dei Consiglieri di centrosinistra, e oltre il termine previsto per l’espressione di osservazioni. Il tempo per formularle, secondo l’Amministrazione comunale di Legnano, era troppo poco per creare il coinvolgimento richiesto dalle minoranze. Ma se anche ciò fosse vero, visto che il Tavolo del Legnanese è stato istituito da più di un anno, la pratica della democrazia suggerisce che in quel contesto i rappresentanti eletti dai cittadini avrebbero dovuto essere parte attiva.

Stefano Quaglia
Consigliere comunale della Margherita

 Opinioni anno 2002 

 

 

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