C’era una volta una piazza.
Né bella né brutta, una piazza come ce ne sono tante nelle laboriose e a
volte anonime città di cintura, una piazza nel
cui centro, fin dai primi decenni del novecento,
troneggiava una fontana larga e rotonda,
dedicata ai caduti di tutte le guerre.
Appena insediata, la fontana si era comportata in modo freddo e anche un
po’ timoroso, ma, a poco a poco, essendo di
indole buona, era riuscita a diventare punto
d’incontro e riferimento per tutto il paese.
Soprattutto la domenica quando, all’uscita
della Messa, la gente, addosso il vestito della
festa fra le mani il vassoietto di paste, le
passeggiava davanti e, spettegolando
bonariamente di questo e di quello, scambiava
due chiacchiere con gli amici.
Gla-gla-glu, gla-glo-glu Gorgogliando di gioia, la fontana partecipava ai pettegolezzi come solo
lei sapeva fare.
Anche durante la settimana, però, non restava sola.
La navigavano i bambini immaginando di andare per mare con barche cariche
di sogni e, nello sforzo di restare a galla,
simulavano immaginarie fatiche, combattevano
contro gorghi e vortici, resistendo con stoico
controllo dinnanzi a sirene e miraggi.
Le chiedevano consiglio i giovani, che spesso, desiderosi di sapere se
m’ama o non m’ama, si fermavano a
interpretare i cerchi concentrici prodotti dal
lancio di un sasso; oppure, affidavano
all’acqua e al suo proverbiale silenzio i primi
segreti d’amore.
La usavano per rinfrescarsi gli adulti, quando in certe sere d’estate il
caldo era così opprimente che neppure la notte
riusciva a sopire l’appiccicosa calura.
Più di tutti, però, la frequentavano gli anziani che, nel tentativo di
rievocare panorami del loro passato, non
importa se vero o rimaneggiato, le si
specchiavano dentro, proprio nell’ora in cui
il crepuscolo ruba i colori al tramonto.
Clic-clac-cloc,
clic-clac-clo
La fontana si sentiva importante. Lei, e le sue innumerevoli gocce di
fraterna complicità.
Finché un giovane sindaco, desideroso di dare alla città un volto moderno
e fortemente europeo, decise di rifare la
piazza, con un intervento risolutivo, come si fa
in chirurgia plastica quando le rughe sono
troppo evidenti, il naso è gibboso e la mascella
quadrata.
Presto fatto: con un po’ di quattrini e il progetto di un architetto
importante, si presentò in consiglio comunale
dicendo: “Rifacciamo la piazza. Via la fontana.”
“Via la fontana???? “ chiese la gente.
“Via la fontana, è troppo ingombrante, il progetto prevede una diversa
distribuzione di spazi”, rispose il sindaco alla
gente laboriosa e obbediente.
Hiic- cluc-uoc, hiic-cluc-uoc
La fontana si mise a piangere.
“Su, non essere così triste”, la rassicurarono a turno le pietre
dell’acciottolato.
“Lo dice ma non lo farà, figurati se i cittadini gli permetteranno un
simile affronto. Togliere te dalla piazza vuol
dire cancellare stille d’identità.”
I cittadini invece glielo permisero perché, a parte qualche timido e
silenzioso mugugno privato, pubblicamente non
dissero niente.
E il sindaco, come fa spesso la gioventù, anche la meglio, nella smania
di agire, non tenne conto né della memoria né
dei sentimenti.
Fu così che una mattina arrivarono le ruspe e sradicarono la fontana, la
quale, solo grazie all’insistenza di alcuni
affezionati, riuscì a salvarsi e finì a lato del
camposanto.
In fondo era una fontana ai caduti!
Ma al camposanto la fontana non stava affatto bene. Scomoda, sempre sul
fianco, con pochi pedoni che le passavano
frettolosamente vicino, si sentiva morire di
tristezza e di noia. Tranne la notte, quando
invece, ombre confuse e suoni grotteschi
piombavano a frotte dalla discoteca di fronte e
inquietamente coprivano le conversazioni dei
morti.
Pluf-plug-plut, plus-plug-plut
Ormai era un lamento continuo.
La fontana non riusciva a dormire. E neppure a mangiare.
Com’è possibile, si domandava, che la gente si sia in così poco tempo
dimenticata di me?
Sono o non sono stata per anni un pezzo della loro vita e della loro
storia?
Non sapeva, la fontana, che quella gente la rimpiangeva, ma non aveva il
coraggio di ammetterlo nel timore di essere
derisa o anche solo considerata nostalgica e
vecchia.
Depressa e delusa, alla fine la fontana fu dichiarata ammalata. Perdeva
gocce da tutte le parti, non c’era verso di
fargliele trattenere. L’acqua entrava, ma
misteriosamente, senza sapere da dove e perché,
nel giro di pochi minuti, spariva. Due o tre
volte arrivarono i medici al suo capezzale:
qualcuno suggerì di riportarla dov’era, altri
pensarono che il suo tempo stava per terminare,
insomma ognuno espresse un parere, ma nonostante
i tentativi diversi, la fontana deperiva ogni
giorno.
La fontana è depressa! Scrisse un giornale e il sindaco fu sul punto di
ordinarne l’abbattimento, ma intervenne Qualcuno
che gli suggerì di rinviare. “Aspetta, ci sarà
prima o poi occasione per risolvere un tale
fastidio!” fu il consiglio.
Rosa Romano
P.S. L'autrice ha espresso il desiderio di
non pubblicare il finale della favola, per
lasciare libertà alla fantasia di ciascuno ... |