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 13 Set 2005 La fontana depressa
C’era una volta una piazza.


Né bella né brutta, una piazza come ce ne sono tante nelle laboriose e a volte anonime città di cintura, una piazza nel cui centro, fin dai primi decenni del novecento, troneggiava una fontana larga e rotonda, dedicata ai caduti di tutte le guerre.


Appena insediata, la fontana si era comportata in modo freddo e anche un po’ timoroso, ma, a poco a poco,  essendo di indole buona, era riuscita a diventare punto d’incontro e riferimento per  tutto il paese. Soprattutto  la domenica quando, all’uscita della Messa, la gente, addosso il vestito della festa  fra le mani il vassoietto di paste, le passeggiava davanti  e, spettegolando bonariamente di questo e di quello, scambiava due chiacchiere con gli amici.

Gla-gla-glu,  gla-glo-glu 

Gorgogliando di gioia, la fontana  partecipava ai pettegolezzi come solo lei sapeva fare.


Anche durante la settimana, però, non restava sola. 


La navigavano i bambini immaginando di andare per mare con  barche cariche di sogni e,  nello sforzo di restare a galla, simulavano immaginarie fatiche, combattevano contro gorghi e vortici, resistendo con stoico controllo dinnanzi a sirene e miraggi.


Le chiedevano consiglio i giovani, che spesso, desiderosi di sapere se m’ama o non m’ama, si fermavano a interpretare i cerchi concentrici prodotti dal  lancio di un sasso; oppure,  affidavano all’acqua e al suo proverbiale silenzio i primi segreti d’amore.


La usavano per rinfrescarsi gli adulti, quando in certe sere d’estate il caldo era così  opprimente che  neppure la notte riusciva a sopire l’appiccicosa calura.


Più di tutti, però, la frequentavano  gli anziani  che, nel tentativo di rievocare panorami  del loro passato, non importa se vero o rimaneggiato, le si specchiavano dentro,  proprio nell’ora in  cui il crepuscolo ruba i colori al tramonto.

Clic-clac-cloc, clic-clac-clo


La fontana si sentiva importante. Lei,   e le sue innumerevoli gocce di fraterna complicità.


Finché un giovane sindaco, desideroso di dare alla città un volto moderno e fortemente europeo, decise di rifare la piazza, con un intervento risolutivo, come si fa in chirurgia plastica quando le rughe sono troppo evidenti, il naso è gibboso e la mascella quadrata.


Presto fatto: con un po’ di quattrini e  il  progetto di un architetto importante, si presentò in consiglio comunale dicendo: “Rifacciamo la piazza. Via la fontana.”


“Via la fontana???? “ chiese la gente.


“Via la fontana, è troppo ingombrante, il progetto prevede una diversa distribuzione di spazi”, rispose il sindaco alla gente  laboriosa e obbediente.

Hiic- cluc-uoc, hiic-cluc-uoc


La fontana si mise a piangere.


“Su, non essere così triste”, la rassicurarono a turno le pietre dell’acciottolato.


“Lo dice ma non lo farà, figurati se i cittadini gli permetteranno un simile affronto. Togliere te dalla piazza vuol dire cancellare stille d’identità.”


I cittadini invece glielo permisero perché,   a parte qualche timido e silenzioso mugugno privato, pubblicamente non dissero niente.


E il sindaco, come fa spesso la gioventù, anche la meglio,  nella smania di agire,  non tenne conto né della memoria né dei sentimenti.


Fu così che una mattina arrivarono le ruspe e sradicarono la fontana, la quale, solo grazie all’insistenza di alcuni affezionati, riuscì a salvarsi e finì a lato del camposanto.


In fondo era una fontana ai caduti!


Ma al camposanto la fontana non stava affatto bene. Scomoda, sempre sul fianco, con pochi pedoni che le passavano frettolosamente vicino, si sentiva morire di tristezza e di noia. Tranne la notte, quando invece, ombre confuse  e  suoni grotteschi piombavano a  frotte dalla discoteca di fronte e inquietamente coprivano le conversazioni dei morti.


Pluf-plug-plut, plus-plug-plut


Ormai era un lamento continuo.


La fontana non riusciva a dormire. E neppure a mangiare.


Com’è possibile, si domandava, che la gente si sia in così poco tempo dimenticata di me?


Sono o non sono stata per anni un pezzo della loro vita e della loro storia?


Non sapeva, la fontana, che quella gente la rimpiangeva, ma non aveva il coraggio di ammetterlo nel timore di essere derisa o anche solo considerata  nostalgica e vecchia.


Depressa e delusa, alla fine la fontana fu dichiarata ammalata. Perdeva gocce da tutte le parti, non c’era verso di  fargliele trattenere. L’acqua entrava, ma misteriosamente, senza sapere da dove e perché,  nel giro di pochi minuti, spariva. Due o tre volte arrivarono i medici al suo capezzale: qualcuno suggerì di riportarla dov’era, altri pensarono che il suo tempo stava per terminare, insomma ognuno espresse un parere, ma nonostante i tentativi diversi, la fontana deperiva ogni giorno.


La fontana è depressa! Scrisse un giornale e il  sindaco fu sul punto di ordinarne l’abbattimento, ma intervenne Qualcuno che gli suggerì  di rinviare. “Aspetta, ci sarà  prima o poi occasione per risolvere un tale  fastidio!” fu il consiglio.

Rosa Romano

P.S. L'autrice ha espresso il desiderio di non pubblicare il finale della favola, per lasciare libertà alla fantasia di ciascuno ...

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