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Uno, nessuno,
cinquantamila |
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rubrica a
cura di Erasmo da Legnano |
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Presentazione |
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Vogliamo fare una prova: parlare con
una voce nuova e diversa, almeno per ciò che concerne i moduli
espressivi, rispetto al piano della informazione che questo sito
dispensa utilmente da tempo. Una voce in più , ma non
superflua, almeno questa è la speranza. E’ una voce che
manca. E’ la
voce dei muti ed è rivolta soprattutto ai sordi.
Come sempre, la voce porta messaggi, se non altro il messaggio
della sua esistenza. E questo non è poco. Un tempo si diceva
dell’Africa inesplorata: hic sunt leones, qui ci sono i leoni.
E nulla più. I geografi non ne sapevano davvero niente. Una
cosa analoga si può dire di noi , della gente: non se ne sa
niente. Non ci
vedono e noi siamo ciechi. I nostri occhi sono quelli dei
massmedia. L’informazione odierna ha riflettori potenti, ma sono
puntati in alcune direzioni fisse, il resto è avvolto
nell’ombra. Per questo, nell’epoca
del rumore, degli acuti e dei do di petto, la gente è pur
sempre condannata al silenzio. Proprio adesso che si ha la
convinzione di aver raggiunto la più ampia libertà di parola,
ci si accorge che si è liberi soprattutto di far delle
chiacchiere. Parlare costa. Silenzio ai poveri dunque!
Ma, a Legnano, chi sono i poveri di parola? Uno, nessuno,
cinquantamila.
Erasmo da Legnano
Indice: I
- L'incrocio II
- Il sogno III - Il risveglio IV
- La pista V - Il miraggio VI
- Lo zio Casimiro VII - I
pescicani VIII - La mostra IX
- I valori X
- La busta gialla
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14 Ott 2003 |
La busta gialla |
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Quando
fu solo, il sig. L estrasse finalmente la busta dalla tasca,
laddove l’aveva messa il giorno prima. Lo fece quasi per
dovere, di controvoglia. Era sfiduciato e poi aveva visto lo
zio alterato e quindi, a suo parere, incapace di
ragionare a mente fredda, come si sarebbe dovuto fare. La cosa
più urgente per lui sarebbe stato di trovargli una nuova casa;
ma era un problema. Gli affitti erano decisamente
lievitati negli ultimi anni e la pensione non sarebbe
stata sufficiente. Immaginava comunque che avrebbe trovato nella
busta una predica, inutile, sulla moralità sociale. Con i tempi
che correvano ci volevano altro che prediche! Pare per di più
che far prediche sia lo sport preferito da parte di
tutti; solo che le prediche la gente le fa per gli altri. Il
sig. L era convinto
che la morale, applicata agli altri era decisamente il contrario
di quello che avrebbe dovuto essere. La morale insomma era, in
questo caso, immorale.
Si
stava quasi compiacendo per questa trovata e inconsciamente
atteggiava le labbra a un sorriso un po’ amaro, quando si
accorse di aver aperto la busta. Allora diede un’occhiata
distratta al contenuto; si aspettava infatti di trovarci un
foglio di quaderno con l’inconfondibile grafia, a zampa di
gallina, dello zio. In realtà, il contenuto apparve subito
differente da come se l’era immaginato. C’era un semplice
ritaglio di giornale, accompagnato da un bigliettino minuscolo e
poi un’altra busta, ma stavolta di colore rosso. Il sig. L
rimase sorpreso e incominciò subito a leggere il biglietto.
<<Prima di aprire questa busta, leggi quello che sta
scritto sul ritaglio e poi medita. Solo dopo che avrai
riflettuto su quello che hai letto,
potrai decidere se aprire o meno anche la seconda
busta>> Non
rimaneva allora che leggere quell’insignificante ritaglio di
giornale che portava la data dell’11 aprile 2003. Il sig. L
però, in cuor suo, incominciò a pensare che, a causa dello
sfratto, lo zio fosse decisamente ‘fuori di testa”.
Il
titolo dell’articolo ritagliato recitava testualmente:
<<Brucia un collegio russo – Morti 28 bambini sordi>>
La lettura del brano permise di conoscere i particolari: 28
bambini tra i 6 e i 14 anni erano morti bruciati o intossicati.
Ma non era certamente finita qui, perché altri 22 erano gravi
in ospedale e 13 addirittura in rianimazione. Un centinaio in
totale avevano riportato intossicazioni da fumo. Per di più i
primi soccorritori avevano assistito a scene agghiaccianti:
bambini nudi che si buttavano dal primo piano perché le finestre a pianterreno avevano le inferriate. Se si può
aggiungere a questo qualche elemento raccapricciante: il primo
camion dei pompieri era senz’acqua, il secondo non riusciva ad
aprire i rubinetti, le scale non erano abbastanza alte. Gli
insegnanti, quando si erano accorti dell’incendio, ebbero
davvero un compito arduo nello svegliare i bambini, che
dormivano beatamente ancora, pur nel pieno del trambusto.
Bisognava svegliarli uno ad uno.
E già,
pensò tra sé e sé il sig. L, essendo sordi non avvertivano i
rumori e anche quei bambini che erano svegli non potevano dar
l’allarme, perché erano muti. Una situazione davvero tragica.
Per di più dovuta a una causa facilmente evitabile:
l’impianto elettrico difettoso. “Per Diana” – esclamò
il sig. L, pur essendo del tutto solo nella stanza - <<Un
minimo di prevenzione avrebbe evitato una tragedia di queste
proporzioni>> Fu allora che si ricordò dello zio Casimiro
e della sua lettera misteriosa. Altro che matto! Egli si serviva
di questo tragico fatto di cronaca per dare un messaggio preciso
sull’importanza della parola (comunicazione) nella democrazia.
E
il sig. L si immaginò la sua città, con i suoi oltre
cinquantamila abitanti, nella situazione di quel collegio russo
di sordomuti. Il fatto è che i cittadini sono sordi perché
hanno un udito compromesso dalle alte frequenze dei mass media
attuali e, spesso, non si rendono conto di non sentire. E, illusoriamente, sono
convinti di essere in grado di parlare, quando invece non fanno
altro che aumentare il rumore.
Fu solo per qualche minuto e poi si riebbe, ma immediatamente
ritornò ad essere pensieroso. Pensò di telefonare allo zio: ma
subito dopo si ricordò del messaggio contenuto nella busta
gialla e lasciò cadere il proposito. Qualcuno, dal basso, lo
chiamava per la cena.
Erasmo da
Legnano
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29 Set 2003 |
IX - I valori |
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L’incontro
che il sig. L ebbe con il treno, al ritorno, non fu certo così
morbido come era stato all’andata. Intanto ci volle qualche
precauzione prima di potersi sedere; le poltroncine azzurre, che
qualche anno prima dovevano essere così invitanti, ora erano
piuttosto provate dall’uso. Qualcuna era tagliuzzata, qualche
altra riportava scritte irripetibili e qualcuna addirittura
sembrava non dare garanzia di pulizia.<< Peccato!>>
sbottò il sig. L, rivolto alla moglie, ma non ebbe il tempo di
proseguire, perché dal vestibolo della carrozza proveniva il
rumore di un dialogo concitato, che man mano si trasformò in un
vero e proprio alterco. Adesso, neanche volendo, non si poteva
più non sentire. E così il sig. L
potè capire che il litigio era scoppiato tra tre o
quattro giovanotti, stranieri, che non volevano pagare il
biglietto e una coraggiosa bigliettaia, che invece, sia pure con
tutta l’indulgenza del caso, esigeva che lo facessero.
Il
sig. L rimase colpito dall’arroganza del gruppetto, composto
di giovani,in apparenza ben vestiti, capelli alla moda, che però
fingevano di cader dalle nuvole e accampavano mille pretesti,
tutti ostentatamente assurdi,
quando la bigliettaia esigeva che facessero il minimo del
loro dovere e cioè pagare il prezzo base del biglietto, senza
l’aggravio di ammende, come sarebbe stato richiesto dal
regolamento. Ci volle un bel po’ di tempo prima di ottenere
qualche risultato; ma, a quello che si capiva, nonostante
l’incomprensibilità dell’idioma, tra di loro i giovani se
la spassavano, divertendosi in modo crudele e facendo
chiaramente capire tutto il loro cinismo. Che differenza con le
garrule coppiette sudamericane o le compunte comitive asiatiche
del mattino!
Il
sig. L avrebbe voluto alzarsi in preda a due sentimenti che
stavano trasformandosi in propositi concreti: da una parte
andare a congratularsi con la coraggiosa bigliettaia,
dall’altra stigmatizzare a voce alta il comportamento di
questi giovanotti, che, come ebbe a spiegare in seguito al suo
capoufficio, denotavano la totale assenza di valori. A suo modo
di vedere erano persone - ma a volte questo termine è davvero
sprecato - che sembravano provenire da uno Stato totalitario in
cui, per ragioni ideologiche, era stato imposto un clima di dura
e continuata menzogna collettiva. Soffocata la religione,
disprezzati come borghesi i solidi legami famigliari,
incoraggiata la delazione di tutti nei confronti di tutti, una
vita comunitaria all’insegna di una retorica, fatta di slogan
accattivanti, strombazzati e assordanti, la vita interiore e la
morale erano scomparse. Per di più, aggiungeva il sig. L,
assumendo con questo un’aria ancora più intellettuale,
vengono da noi con l’immagine di un Occidente corrotto e nel
medesimo tempo ingenuo
e imbelle. Ai loro occhi, la nostra tolleranza si trasforma in
questo caso nient’altro che in debolezza e, in qualche modo,
giustifica il loro comportamento violento, a cominciare da
episodi significativi come questo.
Fortunatamente,
i propositi del sig. L vennero bruscamente troncati
dall’intervento della moglie, che riuscì
a convincerlo che un comportamento imprudente avrebbe
potuto dare esiti poco simpatici. Il treno era quasi vuoto e
qualche raro passeggero, pur presente, sembrava avere un’aria
davvero poco rassicurante. Il sig. L sperava che la bigliettaia
si fosse presentata a controllare i biglietti, così avrebbe
potuto congratularsi con lei. Ma anche questa occasione non si
presentò ed egli rimase un po’ con la bocca amara.
Questo
episodio, a suo modo scioccante , aveva fatto dimenticare la
busta gialla dello zio Casimiro, che il sig, L aveva ancora in
tasca. Ma, quando se ne ricordò, il treno era a già in
vista di Legnano. Come di consueto, era comparso dapprima
il cimitero e poi la ‘ distesa’ della Tosi,
con all’orizzonte l’inconfondibile grattacielo e,
immediatamente, quello che
il sig. L chiamava “l’inferno di cristallo” e cioè
il complesso edilizio incombente sul parcheggio, a ovest della
stazione.
Erasmo da
Legnano
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18 Lug 2003 |
VIII - La mostra |
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Il
giorno dopo, domenica, il sig. L aveva programmato una
‘gita’ a Milano con la moglie. L’obbiettivo era la visita
a una mostra di pittura. Un po’ per passione e interesse e un
po’ anche per ostentazione. Nel suo giro di conoscenze faceva
ancora qualche impressione il dire, magari, con finta
noncuranza: <<Ma, sai, domenica, ho visitato la mostra del
Sironi e del Novecento Milanese…>> In una simile
occasione optò per il treno: era più rilassante e dava meno
problemi rispetto alla macchina. Di mattino presto dunque, il
sig. L e la moglie
si trovarono a far colazione in un bar nei pressi della
stazione. Erano di buon umore entrambi e quindi ben disposti
verso tutti. A dir la verità, incontrarono quasi soltanto
extracomunitari e questo destò una qualche sorpresa nella
coppia, ma non più di tanto. La loro meraviglia era data più
che altro dalla quantità: possibile mai che non fosse in giro
neanche un legnanese a quell’ora? In effetti si vedevano per
lo più gruppi di sudamericani, con il loro spagnolo così
vivace e poi erano tutti così giovani…
La
visita che il sig. L fece alla toilette in compenso non servì
certo ad accrescere il suo ottimismo mattutino: gli venne sì da
ridere, ma amaramente, quando osservò la parola”Signori”
sopra la porta, con quell’aria così solenne che il vocabolo
si portava dietro e che, proprio per questo, tanto maggiormente
strideva con il generale squallore del luogo. Mancava il
catenaccio all’interno, ma una mano ingegnosa lo aveva
sostituito con un tondino di ferro raccattato in giro. E non era
la cosa più preoccupante: venendo, ad es., era rimasto molto
colpito dalla presenza di escrementi e di altre consimili
schifezze trovati nel sottopassaggio.
La
visita alla mostra però fu all’altezza delle sue aspettative;
di Mario Sironi lo colpirono soprattutto i paesaggi urbani, con
le fabbriche, le ciminiere e quei palazzi imponenti che gli
ricordarono il suo sogno di qualche tempo prima. Per certi
aspetti, alcune zone di Milano rievocavano ancora le asciutte
geometrie delle tele e comunicavano un analogo senso di
solitudine e di vuoto. Il sig. L si domandò se per caso questo
non sarebbe stato anche il destino della sua città e,
allargando la sua visuale, anche quello dell’intera pianura
padana. Viaggiando in auto sulla tangenziale, più volte si era
sorpreso a pensare con raccapriccio a queste distese di villette
a schiera di palazzi, di fabbriche, che stavano letteralmente
‘mangiando’ la pianura.,In fondo, questo era già successo a
Legnano: i campi, i boschi, non esistevano più o quasi. Il sig
L si ricordò di un titolo di giornale, che riportava una frase
del vicesindaco di questo tenore: <<Entro quindici anni
sarà il tutto esaurito>>. Il sottotitolo poi proseguiva:
<<Per il 2020 dovrebbe avere fine l’espansione edilizia
in città; intanto è partita la corsa dei costruttori agli
ultimi terreni>> Il giornale portava anche la foto
dell’assessore in persona, seduto all’aperto, almeno così
sembrava, con un sorriso improvvisato e poco convinto. Ciò che
aveva colpito il sig. L era poi anche la didascalia che
accompagnava la foto: <<LA
MENTE
- L’assessore
all’urbanistica…, lo stratega del nuovo Prg>>
Nel
prosieguo dell’intervista l’assessore diceva anche:
<<mi risulta che ci sia da parte degli operatori la corsa
all’acquisto delle aree edificabili. Un segnale di vitalità
nel settore e di un mercato assolutamente libero>>. Il
sig. L davvero era rimasto perplesso di fronte a simili
espressioni; non tanto per gli epiteti così solenni rivolti
alla persona dell’assessore: <<Per Bacco!>>, aveva
esclamato nel momento della lettura,<< siamo davvero
fortunati in città ad avere amministratori di questa
levatura!>>, quanto piuttosto per la coda di questa
citazione: “un mercato assolutamente libero”. Parole del
genere il sig. L si ricordava di averle sentite solo in chiesa.
E fu in quel momento che si ricordò dello zio Casimiro e della
sua misteriosa busta gialla. Ma intanto erano risaliti sul treno
che li avrebbe riportati a casa.
Erasmo da Legnano
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20 Giu 2003 |
VII - I pescicani |
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<<Gli
insaziabili, i rapaci, i divoratori di possessione, qualunque
essa sia…Gli uomini che passano nella vita come i pescicani
nell’acqua, la gola spalancata, pronta a tutte le prede…
Pescicani di milioni, pescicani di esistenze, pescicani di
gloria, pescicani di qualunque cosa!>> Lo zio, terminò la
lettura, tenendo però l’indice all’interno del volume come
un segnalibro; mentre tirava il fiato - aveva letto con
particolare enfasi trattenendo il respiro- guardò fisso il suo
interlocutore. Il povero sig. L non riusciva a capire dove
andasse a parare. Ma non ebbe proprio il tempo di riflettere,
perché lo zio Casimiro subito incalzò, quasi urlando<<Pescicani
di case!>>.
Nella stanza
cadde il silenzio e si sentirono distintamente i rintocchi della
vecchia pendola, che scandiva il tempo dal lontano giorno del
matrimonio dello zio. Il sig. L aveva una certa antipatia per
questa pendola, se non altro perché il suono
lo aveva disturbato più volte quando aveva dormito, da
ospite, in quella stanza. <<Sai quando sono state scritte
queste parole? Nel lontano 1913, ancora prima della grande
guerra, capisci!?. Già allora il Nicodemi doveva aver capito
tutto di come vanno le cose qui da noi. E poi è arrivata la
guerra, centinaia di migliaia di morti, contadini, operai,
giovani di vent’anni: ma chi se la godeva? Chi se la
spassava? I pescicani! Speculavano anche sulla morte.>>
A questo punto
il sig L si decise a chiedere spiegazione: perché mai lo zio ce
l’avesse tanto con loro e chi erano adesso questi pescicani.
Lui dapprima lo guardò con un po’ di commiserazione, ma poi
non poté sottrarsi, anzi l’idea di aver un compito teorico
parve distrarlo e calmarlo dalla sua concitazione. Tuttavia
sulle prime frasi lo zio inciampò, farfugliò parole
difficilmente collegabili tra loro, si rifece da capo
più di una volta. Era come se dovesse dire qualcosa che
tante volte aveva pensato, ma che non aveva mai tradotto in
parole sonanti, anche perché non ne aveva mai avuto
l’occasione. Finalmente superò questa difficoltà, ma, per
riuscirci, dovette utilizzare un racconto. <<L’altro
giorno, incominciò, c’è stato il funerale del povero Gino
sai anche tu che era ammalato da tanto tempo. In queste
occasioni, che, purtroppo, accadono sempre più spesso, ci si
vede tra di noi, vecchi compagni di lavoro e, alla fine della
cerimonia, di solito ci scappa il bicchierino. E’
un’abitudine. Così è avvenuto anche allora. Solo che questa
volta, quasi di sorpresa, nel nostro gruppo si è intrufolato
anche il Pompilio. Ci si siede al tavolo e arriva il momento
delle ordinazioni. Stavolta sarebbe toccato a me pagare, ma lui
a tutti i costi ha voluto passarmi davanti. Naturalmente, ho
cercato di insistere e allora lui, in modo apparentemente
scherzoso ma invece certamente malizioso, mi fa<<Ma, dai,
tieni da conto i soldi per pagar l’affitto>>. <<Mi
sono sentito montare il sangue alla testa. Proprio lui che
faceva la spia al capo reparto, sempre pronto ad adulare i
superiori,davanti, per
poi sparlarne alle spalle…Sai come ha avuto l’appartamento?
Il nonno gli aveva lasciato un terreno, ma poca roba; un tempo
serviva solo per l’orto. Bene! Una società glielo lo ha
chiesto e in cambio gli ha dato un due locali. Ecco come ha
avuto la casa quel poco di buono!>> <<E a me invece
è arrivato lo sfratto, per la casa e per l’orto. La chiami
giustizia questa! Un orto vale più di un’intera
vita di lavoro. E così mi sono messo a riflettere e ho
pensato che sarebbe stato meglio se invece che al funerale del
Gino fossi andato al mio. Io questa città non la capisco più
e, peggio, a quello
che vedo, la città non capisce più me. Era una città operosa,
con pochi ricchi e tanti poveri, ma laboriosi. Noi operai
avevamo la nostra dignità. All’improvviso è stato come un
ciclone: sono arrivati i pescicani. Tanti, troppi ricchi che ti
sbattono in faccia la loro superbia e il loro disprezzo. Oggi un
operaio è costretto a nascondersi, a camuffarsi.>> A
questo punto lo zio bevve un sorso di vino come per darsi
coraggio e poi concluse <<Queste vicende sono state così
forti per me che ho pensato bene di fare una riflessione
scritta. Leggitela in pace e poi magari mi saprai dire il tuo
parere.>> E cosi detto, si alzò, andò verso la credenza,
aprì un cassetto ed estrasse una busta gialla, che
consegnò al sig. L.
Erasmo
da Legnano
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3 Giu 2003 |
VI - Lo zio Casimiro |
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Il sig. L incominciò davvero a
sentirsi a disagio nella sua città. Da quando avevano messo il
semaforo all’incrocio il suo ottimismo di fondo era andato
incontro a qualche cedimento. La sua vita aveva avuto come una
svolta. Per questo era diventato più silenzioso, quasi come se
avesse voluto reagire al rumore, che era cresciuto attorno a
lui; oltretutto si sentiva anche un po’ colpevole, per non
aver fatto nulla, anche se, in realtà, era solo il capro
espiatorio di una situazione che certamente sovrastava le sue
forze.
Questo aumentava il suo impaccio nei ‘movimenti’
e, ahimè,
dava ragione a sua moglie che gli aveva sempre rimproverato...
che cosa?! Ma la sua “bontà” naturalmente. Al solo pensiero
il sig. L si sentiva il sangue ribollire nelle vene e gli
montava una stizza di quelle… Le accuse della moglie
arrivavano così ancor meglio a segno. Il coltello della logica
femminile si muoveva dolorosamente nella piaga della sua
incoerenza, mettendo a nudo ancor più la carne viva
della sua impotenza. E i figli, naturalmente,
capivano…Era un sabato pomeriggio e l’idea di dover reggere
lo sguardo accusatore di tutta la famiglia lo metteva ancor più
a disagio. Per questo il sig. L decise di andare in visita.
Lo zio Casimiro, abitava in vecchio stabile del centro della
città. I locali erano solo tre, ma, nonostante l’età, anzi
forse proprio grazie a quella, conservavano un certo decoro e
non pochi pregi, tra i quali anche non poche comodità. I
soffitti erano alti, gli infissi solidi, i pavimenti ben
conservati. In quella casa poi dominava il legno massello; i
vari tipi di truciolati erano banditi. Alle pareti c’erano i
segni di un passato povero, ma non misero: le
suppellettili di rame e di ottone, ben lucidati,
brillavano nella fresca penombra di una casa che aveva dei muri
solidi e spessi. Fuori dalla finestra
c’era addirittura un piccolo viale di platani; un tempo faceva corona
agli orti, che erano a disposizione di ciascun inquilino del
vecchio palazzo. Nel passato, sia pure con qualche riserva,
queste case erano state il frutto di una politica
industriale illuminata, che pensava anche alla dignità della
vita dei propri dipendenti.
Ma se il sig. L quel pomeriggio aveva sperato di trovar
conforto e consolazione dalla sua visita, si sbagliava di
grosso. Trovò lo zio al color rosso; sprizzava scintille.
<<Mascalzoni!>> fu la sua prima parola.
L’ospite ebbe un vero e proprio sussulto
e poco mancò che lasciasse cadere la bottiglia, comprata
dal vinaio all’angolo. <<Vigliacchi!>>, continuò
lo zio Casimiro, <<Questa non me la dovevano fare>>.
Nonostante gli immediati inviti alla calma da parte del sig. L,
trasformatosi rapidamente da vittima a consolatore, lo zio non
voleva sentir ragione. I suoi baffi, di cui andava così
orgogliosi, avevano
come un tremito convulso e gli occhi erano cerchiati di
rosso. <<Quarant’anni di lavoro onesto, sempre allo
stesso posto, con dedizione e fedeltà e adesso vengo buttato
fuori di casa come un ladro. Trent’anni di affitti versati
prima della scadenza; le spese pagate sempre in anticipo e
ora?>> Il sig. L non aveva davvero nulla da obiettare: lo
zio era stato sempre una persona fidata e un gran lavoratore.
Non solo, ma dal momento che faceva il magazziniere, quando non
era impegnato, ne approfittava per leggere e,
col tempo, si era fatta una sua cultura. Nell’ambito
del parentado si era procurata la fama
di “filosofo”. Anche per questo la sua casa era
spesso un rifugio per tutti e soprattutto per quelli che
volevano confidarsi o avevano bisogno di consigli.
Ma la sua calma, proverbiale, non
poteva certo reggere a uno sfratto improvviso, arrivato per di
più in modo brutale e ‘proditorio’, come ebbe a dire lui più
tardi, quando si fu un po’ calmato. Ma che cosa era dunque
successo? Da quello
che il sig. L poté
intuire fin dall’inizio, niente poi
di tanto strano: la società immobiliare, che aveva
rilevato il vecchio stabile, aveva fretta di costruire un
altro parallelepipedo di cemento. Era già pronto un
grande cartello che raffigurava un bosco di betulle su un
pendio, illuminato da un tiepido sole primaverile. La
cementificazione della città dunque proseguiva alacremente, ma
lo zio Casimiro fece capire che aveva una sua propria
teoria in proposito.
Erasmo
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16 Mag 2003 |
V - Il miraggio |
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Con la bicicletta il sig. L aveva
avuto un rapporto piuttosto complesso: anzitutto era sempre
stato orgoglioso della sua. Era un modello antico: da
uomo,pesante, senza cambio, freni a bacchetta, nera
Naturalmente anche la bicicletta
poneva dei problemi: il primo era dato dai ladri! Il sig. L su
questo punto non voleva sentir ragioni. Dopo un paio di furti
dolorosi, egli aveva assunto delle decisioni drastiche. Alla
fine, nessuno in famiglia si azzardò più a uscire con la
mountain bike, che era la ammiraglia della
casa, ed essa rimase appesa in cantina a tempo
indeterminato.
Il secondo problema era costituito
dalla strada. Quella mattina il suo obiettivo era la pista
ciclabile. Era ancora presto, ma il traffico cresceva
sensibilmente di minuto in minuto e il sig. L non tardò ad
accorgersene a sue spese. Dapprima si irritò visibilmente per
il claxon delle automobili. Ma, poi, capì che tutto sommato
questo continuo strombazzare si risolveva a suo vantaggio. La
strada non era neanche stretta, ma con le macchine parcheggiate,
a volte su entrambi
i lati, lo spazio per il traffico era ridotto a quello occupato
da una sola auto; figurarsi poi quando si trattava di un camion!
Così egli rischiò più volte di finire sulle auto in sosta, o
di frantumarne lo specchietto esterno e,in qualche caso, si sentì
decisamente minacciato. Non tutti gli automobilisti infatti
dimostravano la prudenza di quelli che usavano il claxon o
addirittura si fermavano o rallentavano per dare agio al
ciclista. Alcuni tiravano dritto. E in quei casi il povero sig.
L aveva frequenti tuffi al cuore, anche perché si ricordava
delle sue non poche conoscenze infortunate. Chi ci aveva rimesso
addirittura la
vita; chi era rimasto paralizzato; chi aveva riportato fratture
multiple. Gli venivano i brividi al solo pensiero: lunghi
periodi di ingessatura, mesi di riabilitazione. Ed erano stati i
più fortunati. Angosciato da questi pensieri, il sig. L prese
una decisione coraggiosa: salì sul marciapiede e proseguì
imperterrito e insensibile anche alle minacce di qualche pedone,
sorpreso da questa audacia. Arriverò a una pista! Diceva fra sé
e sé. Ma la pista diventava sempre più un miraggio. Finalmente
si decise a chiedere informazioni. Dovette interpellare più
d’un passante prima di avere una risposta utile. L’esistenza
della pista venne confermata. <<In via Gorizia>> -
gli disse un giornalaio, indaffarato
a sistemare l’edicola con i nuovi pacchi di quotidiani-
<<E’ una
pista coi fiocchi, ma è lunga solo qualche centinaio di
metri>> A lui comunque non sarebbe stata di grande utilità.
<<Che sappia io – aggiunse il giornalaio- ce n’è
un’altra in via N. Sauro, nell’oltrestazione>> Il sig.
L pedalò in quella
direzione. Tutte le strade che percorreva gli parvero
altrettanto pericolose quanto quelle già percorse, anzi man
mano che procedeva aveva l’impressione che i rischi
aumentassero. Quando arrivò ad es. al nuovo sotto passaggio di
via Montebello, vedendo il cartello,
ebbe il dubbio che ai ciclisti fosse riservato un
passaggio in comune con quello dei pedoni, ma poi osservò che
sarebbe stato troppo stretto per entrambi i sensi di marcia e si
tuffò lungo il pendio. Proprio nel punto più basso però
vennero a incrociarsi due veicoli e il sig. L venne
“schiacciato” contro il muro. Quando riemerse, in Via
Bainsizza, col fiatone e il cuore in gola, s‘accorse del
divieto di svolta a sinistra e proseguì dritto, a differenza
però di quasi tutti gli automobilisti, i quali ignorarono
tranquillamente il segnale. Da qui non gli fu difficile passare
in via N.Sauro. Ma le sue peripezie non erano ancora terminate.
Dovette infatti affrontare l’attraversamento di
viale Sabotino, che apparve avventuroso come il
doppiaggio di capo Horn. All’incrocio successivo finalmente la
pista comparve. Era una lista di asfalto delimitata da
una semplice striscia gialla, con l’interferenza però
di una striscia bianca, che confondeva le idee. Ottocento metri
circa e poi la pista
moriva. Il sig. L ebbe l’impressione di trovarsi di fronte al
fossile di una città percorribile in modo pulito e silenzioso,
il rudere di un sogno: una città se non altro a misura di
bicicletta.
Erasmo
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30 Apr 2003 |
IV - La pista |
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Aprì la rubrica telefonica e andò
alla voce “municipio”; puntò l’indice sul numero del
Comando polizia municipale e lo digitò sul suo apparecchio.
Dall’altra parte del filo, il sig, L si esprimeva ancora così,
si fece udire un segnale che indicava la linea libera, ma non
era così perché subito arrivò di corsa una musichetta
frizzante che riportava indietro l’ascoltatore di qualche
secolo. Le sorprese però non erano ancora finite perché, nel bel
mezzo del concertino improvvisato,
si inserì un’ affascinante voce femminile che diceva
testualmente <<Siete in linea con polizia municipale di
Legnano, vi preghiamo di attendere..>> e subito dopo lo
stesso avviso venne ripetuto in inglese <<You are
connected with Legnano
local police, please hold the line, thank you >>. Il sig. L
rimase di stucco. Lì per lì gli venne da tradurre in legnanese
il testo più o meno in questo modo: <<Si coulegà cun’t
i vigil da Legnan; fem ul piasé
mettè giò no a courneta…>>. Ma come suonava
volgare di fronte a quell’inglese così sensuale! Gli venne in
mente che solo una comare di cortile come la Teresa avrebbe
potuto esprimersi in questo modo. Le sue riflessioni vennero però
interrotte; proprio dalla cornetta una voce maschile, né
affascinante, né sensuale – che fosse il figlio segreto della
Teresa?- gli intimava di parlare. L’incanto di quel primo
approccio era svanito. Il sig. L in quell’istante avrebbe
voluto non aver chiamato, ma oramai era fatta e così espose il
suo problema relativo all’incrocio. Ci impiegò un po’ di
tempo e inciampò diverse volte nella grammatica e nella
sintassi; si sentiva infatti emozionato, come quando ti fermano
sulla strada e ti chiedono la patente. Il tuo sguardo è
costretto a spingersi in alto, con aria supplichevole;
l’altro non ha bisogno di guardarti, si limita a
sfogliare lentamente la tua patente e poi il libretto di
circolazione e tu intanto ti stai chiedendo, in quegli istanti
fatali, che cosa mai hai fatto perché ti dovessero fermare. In
quel momento magari anche il figlio del peccato di gioventù
della Teresa ti sembra il feldmaresciallo
Rommel con il suo berretto lucido e gli occhialoni da
volpe del deserto…Quando il sig. L ebbe finito tirò un
sospiro di sollievo, aveva fatto la sua parte e adesso toccava a
loro far delle domande, dar delle spiegazioni, insomma avviare
un’indagine se non altro conoscitiva. Le cose non andarono
propriamente così, perché dall’altra parte del filo la
risposta fu immediata, anzi più che di una risposta si trattava
di una domanda: <<Ma lei li legge i giornali?>> Il
sig. L, sul momento, non afferrò l’ironia del suo
interlocutore e rispose subito che sì, i giornali, anzi il
giornale, lui lo leggeva e tutti i giorni, ma non parlava mai o
quasi mai di Legnano se non in particolari occasioni.
<<Allora si rivolga all’assessorato>>-fece
l’altro in modo asciutto e chiuse la comunicazione. Nella
stanza cadde il silenzio e il sig. L per un momento dimenticò
perfino il frastuono della strada. Si è arrabbiato, disse tra sé.
Non devo essermi spiegato bene. E poi di quale assessorato si
tratta? Comunque, per il momento, dovendo andare al lavoro, decise di sospendere le indagini, le avrebbe ripreso in
seguito, ciò era anche più prudente.
Quasi per dispetto, ma anche
perché con il semaforo tirar fuori la macchina era
un’impresa, decise di andare in bicicletta. Me la posso
prender comoda, pensò,
ho ancora parecchio tempo . Si ricordò che da qualche parte
doveva esserci una pista ciclabile. Qualche tempo addietro,
infatti, era stata fatta una campagna in proposito; il sig. L
non ne aveva una memoria precisa,
ma rammentava che si parlava di Legnano come di una
futura Amsterdam. I sogni che aveva fatto su quella pista! Poi,
chissa come, sull’avvenire ciclabile della città era caduto
il silenzio. Ma si diceva che
esistesse ancora una
buona pista e il
sig. L era deciso a scoprirla.
Erasmo
da Legnano
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17 Apr 2003 |
III - Il risveglio |
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Quello fu davvero un risveglio
gradito. Nella camera da letto c’erano delle finestre, ma da
quando avevano messo il semaforo all’incrocio, non venivano più
aperte. Per questo il sig. L corse subito nel suo soggiorno e
guardò fuori: meno male! Il cielo si vedeva ancora! Rispetto al
sogno, il panorama gli parve consolante: c’erano sì nel campo visivo i dieci palazzi
del nuovo condominio, con le loro finestre e i balconi allineati
come nel sogno, ma, guardando bene,
vi erano anche degli alberi. Certo erano soffocati
dall’imponenza delle case e, a dire il vero, avevano un’aria
decisamente sofferente, ma sempre alberi erano. Il nome del
condominio gli parve esagerato; su quello non si potevano aver
dubbi. “Bosco delle betulle”; questo, sì, campeggiava
come“Brughiera” nel grande cartellone del sogno.
Insomma, tutto sommato al sig. L
il quadro della città reale parve più accettabile del
quadro della città onirica. Era pur sempre qualcosa. Intanto
stava sorgendo il sole e l’incrocio incominciava già ad
animarsi; il rumore del traffico stava crescendo sensibilmente.
Di solito, di primo mattino, il sig. L portava Brill, il suo
bastardino, a fare una passeggiata. Era una necessità per il
cane e per lui il
piacere innocente di curiosare per le vie, facendo talora
incontri interessanti, ma, più spesso ancora, proprie
considerazioni. Generalmente sceglieva per questo compito le
strade meno frequentate, ma, quel mattino, dal momento che era
ancora molto presto, si spinse in un quartiere molto trafficato.
Era abituato a una grande animazione; rispetto alla
sua quella
era una via con negozi e locali molto frequentati. Ma
quel mattino ebbe un’impressione diversa. Era
solo da qualche settimana che il traffico era stato
deviato, ma già se ne vedevano le conseguenze. Forse era solo
un’impressione, ma la vita, rispetto a un tempo, sembrava
spenta, guardando meglio, si accorse che alcuni negozi
esponevano cartelli che annunciavano vendite straordinarie.
Brutto segno! - pensò il sig. L.- Da una parte si soffoca per
il traffico e dall’altra si crea il deserto. Si ricordò del
parrucchiere che conosceva bene e del calzolaio, da cui si
recava ogni tanto e con cui faceva discorsi così
“impegnati”: dovevano essere entrambi in difficoltà.
Guardando meglio, vide che il negozio di coltelli all’angolo
aveva già chiuso.
Li per lì si sentì quasi consolato: “mal comune…”
recitò silenziosamente. Ma poi l’angoscia ebbe il
sopravvento. Fu colto come da un pensiero improvviso: chi ha
deciso tutto questo? Per quali motivi? Fu però soprattutto una riflessione che lo
lasciò ancora più pensieroso: il tempo. Tutto questo era già
stato deciso, forse, da anni e lui, come tanti altri, non ne
sapeva niente. Gli sarebbe davvero piaciuto approfondire questa
riflessione, magari parlando con qualcuno, ma non c’era
davvero nessuno e, anche se ci fosse stato, come fare a
trasmettere un’intuizione di questo genere? Ma, qual era poi
questa trovata? Non si trattava di un pensiero ben definito, al
contrario era qualcosa di molto confuso. Qualcuno anche in quel
momento stava già vivendo il futuro, esattamente come due anni
prima, in quella via così vivace e piena di vita la gente
comune era portata a pensare che sarebbe continuato sempre così,
ma c’era chi aveva già previsto il cambiamento del flusso di
traffico. La differenza tra coloro che sapevano e la gente
comune era la differenza tra il futuro e il presente. Per Bacco!
- pensò L - quasi inorgoglito da questo risultato, non tutti
vivono nello stessa dimensione temporale. Un fatto è certo: la
gente comune vive nel presente. Ma come si fa a vivere nel
futuro? Lì per lì gli venne in mente che era semplicemente una
questione di sapere, insomma di conoscenza. Ma in quel momento
stava rientrando in casa e fu deviato nei suoi pensieri da una
decisione già presa in precedenza.
Erasmo
da Legnano
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7 Apr 2003 |
II - Il sogno |
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Quella fu davvero una giornata brutta per il sig. L e
con l’arrivo della sera e poi della notte le cose non
migliorarono. Dopo essersi molto rigirato nel letto, disturbato
dai rumori della strada e forse più ancora dai suoi pensieri
inquietanti, e dopo che si era alzato più volte con il pretesto
di bere un bicchier d’acqua, finalmente il sig. L si addormentò.
Ma si trattò davvero di un sonno agitato in cui gli incubi si
susseguivano gli uni agli altri: finalmente il respiro divenne
più regolare e fece un sogno o perlomeno gli parve di sognare.
Sognò di trovarsi in una stanza diversa dal suo soggiorno in cui
era abituato vivere. Sentendosi a disagio, si affacciò alla
finestra, come per cercare un punto di orientamento, ma non
vide il cielo. Davanti ai suoi occhi si aprivano migliaia di
altre finestre e tutti quelli che guardavano fuori non vedevano
altro che finestre. Erano finestre di tutti i tipi; su questo
davvero non era il caso di lamentarsi. C’erano dei balconi
stupendi, con ampie vetrate che avrebbero potuto lasciar entrare
tanta luce del sole, quanta mai nessuna finestra avrebbe potuto
fare Solo che nessuna prendeva direttamente la luce del sole,
anzi il sole proprio non si vedeva da nessuna parte. Guardando
meglio, il sig. L si accorse che tutta la luce aveva un’origine
artificiale, come se provenisse da immensi fari che però erano
nascosti. Quello che lo colpì maggiormente è che si accorse di
essere in uno sterminato condominio, il cui nome campeggiava in
modo trionfale su uno dei dieci palazzi che gli stavano attorno:
“foresta nera”. Era un nome davvero fantastico e il sig. L si
guardò in giro per vedere gli alberi ma, per quanto si
sforzasse, non ne trovò neanche uno. Come è possibile? Pensò tra
sé e sé. La cosa assunse una dimensione ancora più inquietante
quando notò che tutte le vie erano intitolate con nomi di fiori
o di alberi , le piazze si chiamavano con nomi altrettanto
suggestivi, quali “Giardino delle camelie”, “Radura dei
frassini”, ma da nessuna parte non era proprio possibile
scorgere né un fiore né tanto meno un bosco. Le vie erano tutte
dritte, ma, viste prospetticamente, avevano un aspetto a dir
poco sinistro, con tutte quelle finestre allineate, e con i
balconi a picco sul marciapiede incombenti e minacciosi. Ma, ciò
che sconcertò il povero sig. L fu il centro della città: era
tutto un cantiere, c’era polvere dappertutto e il rumore era
assordante. Stavano abbattendo delle vecchie fabbriche, che un
tempo avevano dato lustro a una città attiva e produttiva. Il
sig. L riconobbe alcuni nomi davvero celebri; era in uno di
quegli stabilimenti che aveva lavorato suo padre; il logo della
ditta era ancora impresso a lettere giganti sulla facciata. Ma…
perché la stavano abbattendo? Era ancora un edificio solido,
avrebbe potuto fare la sua figura, avrebbe potuto diventare un
museo, o qualcosa del genere. Per un attimo egli si immaginò una
città che avesse saputo valorizzare un patrimonio così
inestimabile: roba da far correre tanti di quei turisti da far
invidia a una tradizionale città d’arte. Ma, ruspe e scavatori
giganteschi proseguivano inesorabilmente il loro lavoro.
Una parte delle rovine era occultata da un grande
cartello su cui stava scritto “Brughiera”; era impresso talmente
in grande che davvero sembrava occupare tutto lo spazio. Ma,
guardando meglio, il sig. L riuscì a leggere anche qualcosa
d’altro. In questa “brughiera” sarebbero sorti centinaia e
centinaia di appartamenti, negozi e addirittura un supermercato.
Per Bacco, pensò L, e io che quasi quasi temevo sarebbero
tornati i lupi ad ululare come un tempo nelle brughiere attorno
ai nostri paesi, immersi nel buio della notte. Si sentì
sollevato, ma, subito dopo, un pensiero triste lo assalì. E se
altri lupi, ancora più famelici, fossero tornati in questa
brughiera di cemento?
Erasmo da Legnano
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24 Mar 2003 |
I - L'incrocio |
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Il signor L è uno di noi, anche se
lui finora non se n’era quasi accorto. Abita a Legnano da
molto tempo, anzi, a dire la verità, è nativo di qua. Ha una
villetta con giardino, tirata su a forza di sacrifici e spesso
anche di rinunce. Suo padre, operaio,
gli ha trasmesso tante qualità. Per questo il sig. L è
laborioso e tutto sommato non fa fatica ad essere parsimonioso,
ci è abituato fin da piccolo. Tra le tante, ha un’altra
qualità, piuttosto comune, non si è mai occupato di politica;
questo non vuol dire che non sia, a suo modo, un buon cittadino.
Fino a qualche tempo fa infatti andava a votare tutte le volte
che glielo si chiedeva. Lo faceva con grande senso del dovere,
come gli avevano insegnato,
e cioè presto, all’alba. Gli scrutatori erano ancora
un po’ addormentati, ma lui
era già lì col suo bravo certificato elettorale e la carta di
identità, debitamente rinnovata.
Poi però la sua
costanza diminuì
e lo zelo si raffreddò; adesso vota più di rado, magari
solo alle politiche; le
comunali lo interessano meno. E’ solito dire che
l’amministrazione della città non rappresenta alla fin fine
una questione vitale e davvero non si può dargli torto. Nulla
cambiava, o almeno così sembrava, al punto che il signor L.
nemmeno si accorgeva del susseguirsi delle amministrazioni; la
vita attorno a lui sembrava scorrere con lo stesso ritmo. Il
traffico, è vero, continuava a crescere, ma l’aria, se Dio
vuole, è pur sempre invisibile e anche se l’ estate era
un po’ più calda gli inverni in compenso sono più
tiepidi.
Un bel giorno però tutto cambiò improvvisamente: proprio in
corrispondenza del suo giardino, il traffico era stato sbarrato
da un semaforo e l’incrocio tra quelle che un tempo erano due
tranquille e pigre vie
cittadine divenne un inferno. Da una parte e dall’altra della
strada erano comparsi anche i mendicanti e un crocchio di ceffi
stazionava permanentemente proprio davanti al suo
giardino. Di tanto in
tanto il sig. L. trovava
tracce di questo indesiderato bivacco proprio nelle aiuole sotto
le finestre del soggiorno : lattine, bottiglie di plastica e
talora anche qualcosa di meno innocente. La sua indignazione
cominciò a crescere visibilmente quando comparvero sui muri
confinanti i primi murales. Il sonno a quel punto divenne sempre
di più un problema: già alle sei del mattino si sentivano le
prime sgommate, le frenate improvvise con lo stridio dei freni e
di tanto in tanto il botto di qualche tamponamento, con le
portiere sbattute e le inevitabili parolacce dei contendenti. Ma
il bello doveva ancora arrivare: infatti dopo le sette e trenta si veniva a formare
la coda e allora l’aria ne usciva ancora più appestata,
gonfiandosi di tutte le diavolerie chimiche immaginabili. E poi
arrivavano le note di claxon, nervose, irritanti, ma soprattutto
assordanti. A questo punto il sig. L. si sentì perduto. E per
prima perdette la pazienza.
Erasmo
da Legnano
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